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Niccolò Vittorio Alfieri - (Asti, 17 gennaio 1749 - Firenze, 8 ottobre 1803) - "Nella città di Asti, in Piemonte, il dì 17 gennaio dell'anno 1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti". Così Vittorio Alfieri - maggiore poeta tragico italiano del Settecento - presenta se stesso nella sua Vita scritta da esso, autobiografia scritta intorno al 1790.

Nel corso della sua breve quanto intensa esistenza lo scrittore del Volli, e sempre volli, e fortissimamente volli non trascurerà neppure questo genere letterario. Del resto, il suo carattere tormentato, oltre che a delineare la sua vita in senso avventuroso, lo renderà un precursore delle inquietudini romantiche.
| Indice |
Vittorio Alfieri nacque ad Asti nel 1749, poco tempo dopo il padre morì e, essendosi risposata la madre, fu nominato tutore uno zio. Nel 1758, entrò all’accademia militare di Torino, dove erano tradizionalmente istruiti i nobili piemontesi e dove l’Alfieri restò, malvolentieri, fino al 1766, quando ne uscì ineducato, insofferente alle convenzioni sociali e ribelle a ogni forma di autorità. Insofferente della carriera militare, più per dare sfogo alla propria irrequietezza che per costruirsi un'autonoma formazione, viaggiò per l'Europa per circa un decennio, prima in Italia, poi a Parigi, in Inghilterra, in Olanda, in Svizzera, Austria, Danimarca, Russia.
In questo tempo si dedicò alla lettura di Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Ariosto, Tasso, Rousseau, Montesquieu, Plutarco, ma sempre irrequieto e scontento, maturando una fortissima avversione per ogni forma di oppressione e di tirannide, inappagato dal formalismo vuoto della società aristocratica e da qualsiasi forma di organizzazione sociale e invece affascinato dalla forza della natura colta nella vastità dei paesaggi nordici o nelle solitudini della Spagna.
Durante quegli anni Alfieri prese coscienza di sé, mentre inseguiva i fantasmi suscitati dalla sua immaginazione e dalle sue ancora oscure aspirazioni libertarie, affermando gradatamente la propria indipendenza individuale ed elaborando la propria concezione esistenziale di libertà, intesa come diritto di vivere secondo i propri ideali, senza essere costretti a subire l’arbitrio di altri uomini, o a scendere a patti con gli oppressori. Si formò in questo periodo quel carattere protoromantico che si evolvette nell’individualismo alfieriano (elevato sentimento di sé, violento contrasto con il mondo, affermazione della propria volontà, desiderio di libertà da costrizioni ed imposizioni, emotività).
Alfieri voleva negli uomini un “forte sentire”, ovvero il senso della libertà interiore e da tale concezione deriva il concetto di libertà politica (chi tollera la schiavitù manca di libertà interiore). La concezione politica alfieriana è, in effetti, una costruzione essenzialmente letteraria. Le ricchezze della famiglia garantirono all’Alfieri l’indipendenza economica che il poeta riteneva indispensabile all’uomo ed allo scrittore per essere libero, inoltre, l’aristocratico Alfieri era convinto che solamente un nobile potesse polemizzare con la nobiltà, da lui considerata il puntello della tirannide. Ribelle ad ogni dispotismo, anche a quello instaurato dalla Rivoluzione Francese, che dapprima esaltò e poi rinnegò, desideroso di eccellere, Alfieri creò una poesia vigorosa, fatta di versi incisivi, oscuri, aspri, quasi ineleganti, che spezzavano la tradizione letteraria. A causa delle violente passioni, del forte spirito antitirannico, della volontà di esortare alla riflessione, il poeta fu considerato quasi un precursore del Risorgimento (non per il pensiero politico o per disegni patriottici e sociali, che mai formulò).
Nel 1774, a Torino, l’Alfieri stese l’abbozzo della prima tragedia, Cleopatra, che portò a termine e fece rappresentare l’anno successivo, sempre a Torino. Antonio e Cleopatra, ebbe un inatteso successo, che segnò la scoperta della vocazione tragica e spinse il poeta ad intraprendere approfonditi studi linguistici, storici e letterari. Dovendo darsi una strutturazione culturale e linguistica adeguata al nuovo obiettivo, Alfieri si immerse nella lettura dei classici italiani e latini. Lesse i classici italiani da Dante a Tasso e si recò in Toscana per meglio educare la propria sensibilità linguistica, poiché fino a quel momento si era servito del francese, la lingua dell'aristocrazia torinese e internazionale e della diplomazia.
Fra il 1776 ed il 1777, stese due tragedie, Filippo, Polinice ed abbozzò l’Antigone ed altre opere. Nel 1778, per sottrarsi alla sudditanza alla monarchia sabauda, rinunciò al titolo nobiliare, assegnò le sue proprietà alla sorella, conservandosi un vitalizio annuale, e si trasferì definitivamente in Toscana, dove si legò a Luisa Stolberg, contessa d'Albany Stuart, che divenne la compagna della sua vita. Carattere altero, ribelle, orgoglioso, chiuso, malinconico, facile ala commozione, l’Alfieri si isolò dalla società contemporanea, vivendo con la donna amata, la contessa d‘Albany e circondandosi di pochi amici. Al 1779 risale la stesura della Rosamunda e della Maria Stuarda e l’abbozzo dell’Ottavia e del Timoleone. Nel 1781, mise in versi l’Antigone e la Virginia, l’Agamennone, l’Oreste, il Garzia, il Timoleone e l’anno seguente iniziò Merope e Saul.
Dal 1781 al 1783, il poeta visse a Roma, dedicandosi agli studi classici. Al 1784, risale l’ideazione dell’Agide, della Sofonisba e della Mirra, al 1786 quella del Bruto primo (cacciata di Tarquinio il superbo) e del Bruto secondo (cesaricida). In seguito, Alfieri soggiornò alcuni anni a Parigi (1787 – 1792), curando la stampa definitiva di diciannove tragedie: Filippo, Polinice, Antigone, Virginia, Agamennone, Oreste, Rosamunda, Ottavia, Timoleone, Merope, Maria Stuarda, La congiura dei Pazzi, Don Garzia, Saul, Agide, Sofonisba, Bruto primo, Mirra, Bruto secondo (la Cleopatra non fu inclusa). Nel 1797, disilluso dalle violenze perpetrate in nome della rivoluzione, il poeta lasciò la Francia e si stabilì a Firenze, dove studiò il greco e lesse i classici greci. Morì nel 1803.
Alfieri compose venti tragedie e una "tramelogedia", l'Abele, stampate dall'autore a proprie spese e destinate alla società colta e nobile del tempo e non ad anonimi compratori. Aristocratico e individualistico è anche il tema delle tragedie, riassumibile in uno scontro metastorico (che supera il momento storico contingente) tra il tiranno (detentore di qualsiasi forma di potere) e l'uomo libero che afferma la propria dignità e libertà con la morte. Tiranno e uomo libero coesistono, a volte, nella stessa persona, come nel Saul, e tiranno può essere non una figura esterna ma l'incontenibile forza interiore di un sentimento, come nella Mirra.
Alfieri accetta le rigide convenzioni del genere tragico e, anzi, le esaspera, accentrando l'azione in una fissità spazio-temporale che esprime l'assoluta tensione dei personaggi travolti dalle situazioni tragiche che vivono e nelle quali emergono, prive di ogni mediazione, forze sconosciute e distruttive. Le tragedie, spesso costruite come variazioni di rapporti familiari destinati alla catastrofe, sembrano esprimere un malessere profondo, ma, nonostante la dimensione autobiografica e l'atemporalità degli eventi narrati, sono portatrici di istanze libertarie che contribuirono a educare le generazioni del Risorgimento. La tendenza autobiografica si manifesta anche nelle Rime, che tendono a uno scontroso autoritratto, nella Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso (1790 e 1804) e, attenuata, in una serie di trattati politici, che sono piuttosto espressione della sua poetica, Della tirannide (1777-1789), Del principe e delle lettere (1778-1789), La virtù sconosciuta (1789). Gli ultimi scritti sono le Satire (1786-1797) in terza rima e un violento libello antifrancese, Il Misogallo (1798).
Per la formazione culturale di stampo enciclopedico, per l’interesse per lo studio dell’uomo, per la concezione meccanicistica del mondo, per l’anelito alla libertà, per l’odio verso la tirannide, per la concezione della letteratura intesa come illuminatrice delle coscienze ed apportatrice di progresso sociale e civile, Alfieri si collega all’illuminismo, mentre, per la disposizione emotiva ed intellettuale con la quale accoglie tali presupposti, l’astigiano si avvicina al Romanticismo. Alfieri è l’anello di congiunzione fra l’epoca dell’assolutismo illuminato dalla cultura e dalla razionalità delle riforme e la lotta aperta per la libertà, intesa sia come interiore affermazione dell’individualità, sia in chiave politica (tutto il romanticismo italiano fu legato al risorgimento). Lo spirito d’indipendenza differenzia Alfieri dagli illuministi, disposti a collaborare (Parini, Verri , Beccarla, Voltaire) con il despota illuminato (Federico di Prussia, Caterina II di Russia, Maria Teresa d’Austria) o ad esporre le proprie dottrine nei salotti, atteggiamenti che lo scrittore giudica compromessi umilianti, non ammettendo discrepanze tra situazione esistenziale ed insegnamento politico, etico e letterario. D'altronde Alfieri è protoromantico anche nel trascorrere la vita nell’ansiosa ricerca dell’autonomia etico – psicologica e nel negare la dicotomia settecentesca fra vita e letteratura, nel nome di una superiore coerenza (rifiuto della collaborazione tra intellettuali e potere).
Il letterato, per Alfieri, è maestro di libertà e verità ed è ribelle ed anticonformista nella vita e nelle opere.
Alfieri è pessimista per natura. A ciò lo porta il suo individualismo sprezzante ed il suo considerare l’umanità in funzione di pochi, eroici individui. L’illuminismo del ‘700 è ottimista.
Alfieri, nonostante i lunghi viaggi, proclama la necessità per l’uomo libero, di avere una patria, anche solo ideale (Misogallo: giorno verrà)
L’illuminismo è cosmopolita. Alfieri è lontano da ogni forma di religione, ma riconosce le risonanze emotive del culto cattolico. L’illuminista è genericamente teista (sostiene la realtà del divino, aristocraticamente irriverente e scettico). Alfieri, pur nell’esteriore ossequio a tale concezione didascalica, abbandona il facile didascalismo per una eccelsa oratoria ed una commossa poesia e fa delle proprie opere un esempio d’integrità morale, la rivelazione della propria poetica e lo strumento di illuminazione interiore, affrontando i temi della libertà, della tirannide, della vita e della morte per un ideale, della solitudine, del difficile rapporto con gli altri. L’illuminismo fa della letteratura un mezzo di divulgazione dei problemi scientifici, culturali, morali, usando un gradevole didascalismo.
La serietà d’intenti è la novità che Alfieri porta nella letteratura italiana dell’Arcadia, del Metastasio e del Goldoni (come Parini, che però risente del classicismo arcadico). Proprie dell’Alfieri sono la serietà sentita come coincidenza di vita e poesia, e la poesia antiarcadica e connotata da toni eroici, drammatici, dolorosi, pessimistici che presentono il romanticismo ottocentesco. La volontà di Alfieri mira ad una ferrea disciplina interiore, che sia norma di vita, aspirazione all’eroico, ideale di una esistenza più elevata.
Alfieri è collegato al romanticismo dal proprio pessimismo e dal nazionalismo, inteso come consapevolezza della necessità di una Patria, fiducia nel futuro dell’Italia, e del suo popolo, al quale dedica il Bruto II. Si tratta, quindi, di un nazionalismo lontano dalle dottrinarie affermazioni illuministiche e che svela una concezione particolare di Patria, intesa come idealità morale, insita nell’individualismo eroico, nonché nell’insegnamento dell’Alfieri tragico (appello per la libertà politica ed etica, virile accettazione della morte, lotta contro la tirannide).
Nell’Alfieri, pessimismo, sentimento nazionale e concezione della libertà non sono fatti meramente politici, infatti significano anche consapevolezza della tradizione letteraria italiana, approccio ai massimi scrittori del passato, fusione di classicismo e di protoromanticsmo. Alfieri apprende da Dante la lezione etica ed umana, da Petrarca lo stile (Rime), da Machiavelli lo stile della prosa ed il magistero delle opere storiche, ammira i classici, Plutarco, Tasso ed Ariosto. Pertanto il rivoluzionario Alfieri non s’ispira alla libera ed anticonvenzionale tragedia shakespeariana (contravviene alle regole rinascimentali circa la purezza dei generi drammatici, ed accoglie momenti e toni tipici della commedia, la recitazione è sobria) o a quella emotivamente ricca e discorsiva di Corneille, bensì riprende la tragedia classica e classicistica. Alfieri da al suo preromantico teatro un assetto classico, rappresenta psicologie e passioni estreme, di matrice senecana, in un eroico e pessimistico individualismo, mantiene un tono “sublime” (abbandonato dagli altri autori, come il Metastasio) e si collega al preromanticismo dello Sturm und drang ("tempesta e passione"), soprattutto a quello di Schiller, oratorio e declamatorio più che poetico. Alfieri è affine ai preromantici tedeschi per l’aspirazione alla libertà, la vocazione all’azione eroica, l’incapacità di adattarsi al mondo, la malinconia, il desiderio di una lotta titanica per il trionfo di un’idea. Gli scrittori dello Sturm und drang, però, guardano all’uomo con ottimismo e lo ritengono in grado di realizzare grandi imprese, capaci di cambiare la storia, Alfieri, invece, ha una concezione pessimistica dell’esistenza ed è convinto che ogni nobile sforzo sia destinato a fallire, pur essendo irrinunciabile. Solo la sdegnosa solitudine si addice all’uomo libero. La morte dell’eroe è la fatale conclusione di una vita di dolore, oppressione angoscia e la decisione di agire conformemente ai propri ideali diviene volontà di morte che è la sola via di scampo alla sopraffazione degli uomini e del destino. La morte è anche l’unico modo di affermare il principio di libertà, che Alfieri sembra quasi ritenere ostacolata dalla realtà, incompatibile con la vita, esaltata dalla morte. L’opera di Alfieri è contraddistinta dall’afflato etico, gli eroi Alfieriani sono generosi, virtuosi, illuminati da elevati ideali di giustizia, rettitudine libertà e la lotta antitirannica diviene una necessità eroica e fatale.
Alfieri ha una concezione classicistica, statica e tradizionalista della storia. Il romanticismo intende la storia come svolgimento dello spirito nella sua perenne creatività. Manca all’Alfieri il senso del concreto, peculiare del realismo romantico. Alfieri preferisce alti ideali esemplarmente astratti ed una concezione individualistica della vita. Il teatro classicistico dell’Alfieri, nel suo idealismo, rifiuta ogni circostanziata concezione storico – realista e si svolge sempre in una atmosfera di eroismo e di solitaria grandezza. Il teatro romantico è rispettoso della storia, dell’ambiente, del costume e costituisce un’equilibrata sintesi di ideale e reale (Manzoni).
Alfieri è sensista, razionalista (basa ogni conoscenza su sensi e ragione), illuminista, anche se a tratti è in conflitto con passione e sentimento. Il romanticismo è caratterizzato dall’idealismo filosofico, base storica dello stoicismo romantico. L’anelito all’infinito, al mistero, all’inconoscibile manca totalmente in Alfieri, nella cui opera il sentimento della natura, il timore del peccato, il rimorso, l’immanenza del divino nell’umano, il problema del bene e del male, più che essere focalizzati a livello poetico, restano nei limiti del melodramma.
L’individualismo alfieriano è presente in tutta l’opera, la cui unità e coerenza sono dovute al dominante concetto - mito della libertà e ad una concezione del mondo e della realtà che contraddistingue sentimento, pensiero, fantasia, etica, poesia, ideologia politica, poetica e retorica. Letteratura e magistero morale nascono da un’unica fonte d’ispirazione, infatti la poesia dell’Alfieri riesce ad emergere solo quando la passione letteraria e politica rinunciano alla ribellione aperta, all’oratoria, all’ammonizione, permettendo la creazione di vibranti personaggi tragici e la tensione drammatica della Vita e delle Rime.
Nelle tragedie la sostanza tragica si rivela nel conflitto tra eroe e tiranno o del tiranno con se stesso, nelle Rime è percepibile nei trasalimenti del poeta (lirica politica e lirica amorosa), nella vita è ravvisabile nel conflitto fra Alfieri narrante ed Alfieri giudicante, ossia tra rievocazione e giudizio. Alfieri ritiene azione la propria attività letteraria. Secondo la concezione illuministica, l’Alfieri assegna allo scrittore un compito educativo, intellettuale e morale e ne fa un propugnatore della libertà e della verità, ma ritiene che l’impulso naturale sia principio di ogni nobile azione e la poesia un impulso naturale dell’animo che risveglia analoghi sentimenti negli altri. Con tali affermazioni, Alfieri si allontana dal razionalismo settecentesco (poesia come sogno fatto alla presenza della ragione) e dal buon gusto classicistico e si avvicina al sentimento romantico, tuttavia aggiunge che per diventare autore tragico si devono conoscere le regole dell’arte tragica e padroneggiare la lingua. Alfieri, accanto all’elemento intuitivo, sentimentale della poesia, rivaluta l’aspetto formale, linguistico, stilistico. La poetica alfieriana si basa sull’unità di slanci ed entusiasmi preromantici e su una coscienza artistica classicistica e razionalistica, sulla violenza della passione e sulla disciplina retorica. La vita diviene una “poetica in atto” (scoperta della naturale predisposizione alla tragedia, itinerario esistenziale nel culto della libertà, della poesia, della letteratura, intesa come voce della libertà). Nella Vita Alfieri ripercorre la parabola della propria vicenda poetica analizzando criticamente le proprie opere, dibattendo questioni di poetica (struttura composizione, concezione della tragedia, distribuzione di atti, scene, personaggi tragici e tragediabili, versificazione).
Terminata l'Accademia militare a Torino, e dopo un lungo giovanile vagabondare in vari stati dell'Europa, nel 1775 (l'anno della conversione) rientra nel capoluogo piemontese e si dedica allo studio della letteratura, rinnegando in tal modo - secondo le sue stesse parole - anni di viaggi e dissolutezze; completa così la sua prima tragedia, Cleopatra, che registra un grande successo; seguiranno poi Antigone, Filippo, Oreste, Saul, Maria Stuarda, Mirra.
La fama delle sue tragedie è legata alla centralità del rapporto libertà-potere e all'affermazione dell'individuo sulla tirrania. Una profonda e sofferta riflessione sulla vita umana arricchisce la tematica quando il poeta si sofferma sui sentimenti più intimi e sulla società che lo circonda.
A porre un freno alla vita tormentata di Alfieri giunge, nel 1777, l'incontro con la contessa di Albany Luisa Stolberg, moglie di fatto separata di Carlo Edoardo Stuart, pretendente al trono d'Inghilterra. Alfieri la seguirà a Parigi (e nella capitale francese comporrà un'ode dopo la presa della Bastiglia), a Roma e in Toscana, mantenendo con essa un rapporto destinato a durare sino alla morte, avvenuta nel 1803 a Firenze.
Alfieri si cimentò anche in altri generi letterari, quali la commedia, la lirica, il trattato e la satira, inclusa l'autobiografia, appunto con la Vita scritta da esso, iniziata quando il genere era considerato alla moda dopo che erano apparse le memorie scritte da Giacomo Casanova e Carlo Goldoni. Nello scritto autobiografico in particolare, molti critici individuano l'essenza dell'opera di Alfieri poeta tragico, il suo unicum: il desiderio di mettere in relazione la propria esistenza con le vicende tragiche dei protagonisti delle sue opere, nel tentativo di restituire di se stesso un ritratto eroico.
Fin da giovane Vittorio Alfieri dimostrò un energico accanimento contro la tirannide e tutto ciò che può impedire la libertà ideale. In realtà risulta che questo antagonismo sia diretto contro qualsiasi forma di potere che appare iniqua e oppressiva. Anche il concetto di libertà che egli esalta non possiede precise connotazioni politiche o sociali, ma resta un concetto astratto.
La libertà alfieriana, infatti, è espressione di un individualismo eroico e desiderio di una realizzazione totale di se. Infatti, Alfieri sembra presentarci, invece che due concetti politici (tirannide e libertà), due rappresentazioni mitiche: il bisogno di affermazione dell'io, desideroso di spezzare ogni limite e le "forze oscure" che ne ostacolano l'agire. Questa ansia di infinito, di illimitato è il tipico titanismo alfieriano, che caratterizza, in modo più o meno marcato, tutte le sue opere.
Ciò che viene tanto osteggiato da Alfieri è molto probabilmente la percezione di un limite che rende impossibile la grandezza, tanto da procurargli costante irrequietezza, angosce e incubi che lo costringono a cercare nei suoi innumerevoli viaggi ciò che può trovare soltanto all'interno di se stesso.
Il sogno titanico è accompagnato da un costante pessimismo che ha le radici nella consapevolezza dell'effettiva impotenza umana. Inoltre la volontà di infinita affermazione dell'io porta con se un senso di trasgressione che gli causerà un senso di colpa di fondo, che verrà proiettato appunto nelle sue opere per trovare un rimedio al proprio malessere; fenomeno, questo, che viene chiamato catarsi.
Il Misogallo (1793 – 1799) è un insiememe di prose, sonetti, epigrammi ed un’ode, è un’invettiva contro la Francia della rivoluzione: i francesi non possono essere liberi, ma potranno esserlo gli italiani (sonetto giorno verrà accolto come profetico del mondo risorgimentale). Satira politica e risentimenti personali animano il Misogallo. L’opera riveste un particolare significato nella prospettiva del pensiero politico di Alfieri. Alfieri, per breve tempo, sperò e credette che il proprio ideale di vita eroica e l’eroica umanità da lui rappresentata nelle tragedie potessero avverarsi nella Rivoluzione Francese, ma essa si trasformò in una tirannide sanguinaria. Tale amarissimo disinganno ha originato il furore tipicamente alfieriano del Misogallo. La prosa prima, che apre il libro, è indirizzata all’Italia ora inerme, divisa, non libera, ma che un giorno potrà risorgere libera ed unita, senza gli orrori della Rivoluzione Francese.
Il pensiero politico di Alfieri non ha forma organica, bensì è una generica professione di libertà ideale, mitica, metastorica, fatta di silenzi. Alfieri esalta la lotta per l’indipendenza americana e ne deplora le cause economiche, ha simpatia per la monarchia costituzionale inglese, si entusiasma per la presa della Bastiglia (Parigi sbastigliata) e per la Rivoluzione Francese, ma dopo le violenze del 1892–1894, e la fuga dalla Francia assume un atteggiamento antifrancese (Misogallo). La repubblica dell’Alfieri non è quella dei francesi.
Nelle opere politiche Alfieri espone le proprie teorie politico letterarie rielaborando i temi libertari ed antitirannici in una prosa energica e sostenuta.
Della tirannide (due libri) il primo libro mette a fuoco i puntelli della tirannide: paura e viltà dei cittadini, ambizione,lusso, milizia, clero, nobiltà. Il secondo libro spiega come può vivere sotto un tiranno colui che non vuol rinunciare alla propria libertà interiore (sdegnosa solitudine come ideale dell’uomo libero che si oppone al dispotismo e se gli si preclude una vita dignitosa può scegliere il suicidio). Il trattato si chiude con l’esaltazione del tirannicidio.
Del principe e delle lettere (titolo mutuato dal Principe di Nicolò Machiavelli) è un’opera di interesse politico – letterario, che analizza il rapporto fra potere politico e letteratura libera. Il principe, consapevole della propria funzione politica ed il letterato memore della propria missione, sono antagonisti inconciliabili (conflitto tiranno / eroe delle tragedie: il letterato è l’eroe). Alfieri condanna il mecenatismo, ritenuto dannoso e corruttore e delinea la figura – mito dello "scrittore sublime", che deve possedere animo alto, libere circostanze, forte sentire, acuto ingegno. Il trattato si chiude con una esortazione a liberare l’Italia dai barbari (stranieri).
Panegirico di Plinio a Traiano. Alfieri si propone di riscrivere l’omonima opera di Plinio il Giovane, accusato di cortigianeria, per mostrare come uno scrittore libero dovrebbe parlare ad un ottimo principe consigliandolo a deporre il potere e a restituire al popolo la libertà. Plinio in occasione della nomina a consul suffectus pronuncia il panegirico di Traiano, iniziando il genere letterario degli encomi degli imperatori.
La virtù sconosciuta è un elogio classico–rinascimentale, retorico, celebrativo dell’amico Gori Gandellini e della sua virtuosa, solitaria levatura morale.
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