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L'origine della letteratura latina (o, più in generale, la produzione in lingua latina) veniva fissata dai romani al 240 AC, anno in cui Livio Andronico fece rappresentare un suo testo scenico, presumibilmente una tragedia, ma prima di tale storica data, restava un periodo di circa quattro secoli.
Se si restringe la letteratura alla produzione artistica scritta, si può accettare una data convenzionale precisa, ma gli stessi Romani di età classica erano perfettamente consapevoli che le origini della letteratura non coincidono con quelle delle "forme comunicative" in cui una cultura trova espressione.
Le opere teatrali di Andronico, che i Romani usavano come soglia della cronologia letteraria, sono testi che nascono dalla traduzione di un genere letterario già maturo, la tragedia greca di età classica ed ellenistica.
Questioni indispensabili per la discussione delle origini letterarie sono:
Il materiale documentario è vario:
| Indice |
Un influsso greco è sempre presente nella storia di Roma. L'Urbe del VI secolo AC è sempre più un crocevia di traffici, di culture, molto prima che i letterati romani aderiscano consapevolmente a modelli letterari greci, un influsso greco è presente in molti aspetti della vita romana e anche il più antico verso romano, il saturnio, che i Romani considerano l'unico loro verso autoctono, potrebbe aver subito antichissimi influssi greci.
Rimangono graffiti e iscrizioni, mentre mancano documenti di tipo funerario. Ciò che resta documenta l'esistenza di un crogiolo di popoli e di lingue, in cui si affermò progressivamente l'uso del latino e dell'alfabeto latino, derivato da un alfabeto greco occidentale usato nella città campana di Cuma e non esente dall’influsso etrusco. La presenza di iscrizioni su oggetti di uso di quotidiano e domestico sembra provare che nella Roma arcaica la capacità di scrivere era diffusa anche tra persone di media condizione, certamente la scrittura era più diffusa nei ceti superiori, tra i sacerdoti e tra coloro che avevano accesso alle cariche pubbliche.
La nobiltà cominciò molto presto a registrare genealogie, memorie di famiglia e iscrizioni celebrative degli antenati. In questa fase non è invece attestata una vera e propria circolazione libraria. I più antichi "libri" di cui si ha notizia sono i libri Sibillini, testi religiosi, probabilmente scritti in greco, forse portati a Roma ai tempi di Tarquinio il Superbo (534–510 AC). Nella Roma medio-repubblicana, ai tempi di Livio Andronico (240 AC), di Nevio (222 AC) e di Plauto (212 AC), l'alfabetizzazione era assai diffusa. Parallelamente al sorgere di veri e propri testi letterari, è documentata una notevole estensione della capacità di leggere e scrivere. I cittadini impegnati in cariche pubbliche, sacerdotali, o di comando militare usavano tenere documentazioni scritte della propria attività, anche a carattere personale (commentari), ma anche tra il popolo minuto erano diffusi almeno i rudimenti dell'alfabetismo. Inoltre, alla fine del III secolo AC, era ormai pubblicamente riconosciuta una corporazione di scrivani, gli scribae ed i ceti medio-alti della società erano perfettamente alfabetizzati.
Alcune forme di comunicazione presuppongono l’uso della scrittura, ma nella coscienza e nell’intenzione di chi le pratica e di chi le recepisce, non costituiscono letteratura. L'uso del latino come lingua ufficiale della comunità romana nelle leggi, nei trattati, nel formulario religioso, nelle iscrizioni pubbliche e nell'oratoria, favorì lo sviluppo della lingua latina. Negli sviluppi della cultura letteraria è possibile ritrovare una eredità di tali forme pre-letterarie. Il tradizionalismo tipico della cultura romana d’età repubblicana favorì il perpetuarsi di certe formule di cui resta una traccia anche in autori immersi nella nuova cultura grecizzante, e non solo in Nevio o in Plauto, ma anche nel latino di Catullo e di Virgilio.
L'uso della scrittura fu legato, sin dai tempi più antichi della città-stato Roma, alla necessità di avere precise registrazioni ufficiali: di trattati e patti internazionali e di leggi. Tali esigenze contribuirono a modellare la prosa latina delle origini. Di trattati (foedera) della Roma arcaica restano solo testimonianze indirette, ma nessun frammento.
Enorme fu l'importanza storica, sociale e culturale delle prime leggi di Roma. Rimangono tracce di remotissime leges regiae, risalenti alla fase monarchica dei primi secoli e dominate da un'impostazione rigidamente sacrale. Il diritto più antico era basato soprattutto su norme consuetudinarie, costituì perciò una forte conquista civile e politica la composizione delle "Leggi delle XII Tavole", affidate a dodici tavole dì bronzo esposte nel Foro romano. Soprattutto gli strati più deboli della popolazione trovarono in tali leggi scritte e pubbliche un baluardo contro lo strapotere delle grandi famiglie. Le leggi sarebbero state stilate da un'apposita commissione fra il 451 e il 450 ac, ne resta una versione rimaneggiata, ma che conserva un forte carattere di lingua arcaica. Nelle dodici tavole, probabilmente sono state trascritte, almeno in parte le leggi più antiche, fino a quel momento tramandate oralmente, a ciò è dovuta la caratteristica prosa ritmata, propria dei testi della tradizione orale. Secondo Livio le dodici tavole erano la fonte del diritto pubblico e privato, i ragazzini le imparavano a memoria, i dotti continuavano a commentarle e ad analizzarle. Le leggi trovano nelle monumentali assonanze, nelle allitterazioni, nella scansione in cola (parte del periodo costituente una sequenza ritmica) ritmici paralleli e staccati, un sicuro effetto di sanzione inappellabile, inoltre, tale prosa ritmata ne rendeva più agevole la memorizzazione in un iniziale contesto di tradizione orale.
Un antichissimo uso della scrittura riguardava i calendari. La comunità romana aveva sviluppato un suo calendario ufficiale, regolato e sancito dalle autorità religiose. I giorni dell'anno erano divisi in fasti e nefasti, a seconda che fosse permesso, o vietato, il disbrigo degli affari pubblici. Garanti pubblici di tale ordinamento erano i pontefici. Ben presto il termine "fasti" cominciò a designare anche le liste dei magistrati nominati anno per anno (fasti consulares; fasti pontificales), e anche la registrazione dei trionfi militari riportati dai magistrati in carica (fasti triumphales).
La quantità di informazioni depositate nei fasti si arricchì progressivamente. I magistrati li usavano per registrare i loro atti ufficiali. Avvenimento assai importante fu l’adozione della tabula dealbata: il pontefice massimo usava esporre pubblicamente una "tavola bianca" che riportava oltre ai nomi dei magistrati dell'anno in corso, anche avvenimenti di pubblica rilevanza, come date di trattati, dichiarazioni di guerra, fatti prodigiosi o cataclismi naturali. Tali registrazioni ufficiali, depositandosi anno per anno, presero il nome collettivo di annales e cominciarono a formare una memoria collettiva dello Stato romano. In età graccana (131–121 AC) il pontefice Publio Muzio Scevola si incaricò di riunire in volumi gli annales degli ultimi 280 anni: la raccolta prese il nome di Annales Maximi.
Queste scheletriche raccolte di dati, poste in ordine cronologico, assunsero col tempo una importanza rilevante per gli storici che si occupavano dei primi secoli di Roma (come Catone). Tali storici usavano fare riferimento a questa documentazione per appoggiare l'autorevolezza dei loro resoconti. Gli annales ufficiali dei pontefici contribuirono alla formazione di una storiografia letteraria peculiarmente romana, scevra di influssi di origine greca, tracce della quale sussistono ancora in Tito Livio o in Tacito. Il filone degli annales, preservò l'intelaiatura cronologica di queste registrazioni, basando sullo schema "anno per anno" la narrazione della storia di Roma.
Il termine commentarii può indicare "appunti", "memorie", "osservazioni", a carattere privato, però, il termine è stato anche usato da Cesare per indicare le proprie narrazioni della guerra gallica e della guerra contro Pompeo. Il de bello gallico e il de bello civili sono opere di attentissima cura letteraria e di meditata impostazione politica, ma con questa designazione Cesare voleva sottolineare che non si trattava di letteratura storiografica, bensì di una rievocazione personale, ossia di memoriali. L'origine di questa accezione risale ad una pratica dei magistrati di età repubblicana che usavano raccogliere in una sorta di diario i provvedimenti e gli eventi principali del periodo di carica.
I commentarii potevano assumere un carattere di documentazione ufficiale, venendo depositati presso i collegi sacerdotali. Gli stessi pontefici curavano documentazioni della loro attività nei libri pontificum. Di questa produzione abbiamo però solo notizie indirette. É presumibile che l'uso dei commentarii abbia favorito lo sviluppo di una produzione in prosa, legata all'attualità politica e affine a una vera e propria memorialistica: una tradizione della prosa latina che rimase separata dal grande filone (sempre più soggetto ad elaborazione retorico-letteraria) dell'oratoria giudiziaria e pubblica
Prima della profonda grecizzazione che la cultura romana conobbe nel secolo tra la guerra con Taranto (280-272 AC) e l'invasione della Grecia (nel 146 AC tutta la Grecia passa sotto l’amministrazione romana) lo scrivere era considerato una tecnica, assai utile, ma l’eloquenza era ben più importante, infatti i Romani consideravano l'abilità oratoria come una forma di potere e una fonte di successo. Non a caso, il primo nome che compare nella storia delle lettere latine è quello di un oratore, Appio Claudio Cieco. Sino all'età scipionica, l'oratoria fu considerata dai Romani l'unica attività intellettuale veramente degna di un cittadino di elevata condizione, mentre i primi poeti furono per lungo tempo (sino ad Accio e Lucilio) dei liberti, oppure degli italici di modesta condizione. La capacità di convincere era base necessaria della carriera politica e i Romani si limitarono in seguito ad affinare, con l'aiuto dei rhetores (professori di eloquenza di formazione greca) le loro attitudini di oratori. A differenza della vera e propria "letteratura", che rientrava negli otia, cioè nel "tempo libero", l'oratoria era considerata parte indispensabile della vita attiva.
Gli effetti prodotti da certi accorgimenti formali sono importanti anche al di fuori della letteratura. Lo stile delle leggi è volutamente solenne, energico, monumentale, nelle preghiere e nelle formule rituali, le parole che compongono la frase mirano a conferirle una struttura ordinata e devono favorire specifici comportamenti e l’apprendimento mnemonico per essere ripetute con esattezza (legare fra loro le parole, come fanno il ritmo e la rima, in modo che l'insieme sia memorizzabile).
Nello stesso modo sono redatte formule magiche, ricette mediche, precetti e norme di saggezza, regole della vita agricola. Quanto alla comunicazione politica, l'importanza dei discorsi pubblici e delle iscrizioni celebrative rende necessario l’uso di determinate forme. Esiste un'ampia base di carattere formale comune a manifestazioni culturali che i Romani tenevano nettamente separate. Tale substrato comune è legato al concetto carmen. Il significato più usuale di carmen (da cano, «cantare, suonare») è poesia, tuttavia il poeta Ennio definisce il proprio lavoro con la parola greca "poema" sia per evidenziare la propria originale predisposizione a poetare alla "greca", sia per sottolineare il suo rifiuto di una tradizione antichissima, nella quale carmen significa ben di più che versi o poesia: nella Roma arcaica carmen è un vocabolo di significato estremamente generico e per questo non piace a Ennio. Parlando delle XII Tavole, Cicerone le definisce un carmen, riferendosi a formule magiche, le XII Tavole le indicano come carmina. Il testo di un antichissimo trattato è per Tito Livio un carmen, la stessa parola si applica a preghiere, giuramenti, profezie, sentenze del tribunale, cantilene infantili. Infatti, un carmen non è tale per il suo contenuto o per il suo uso, bensì per la forma. Nella Roma arcaica, la distinzione tra "poesia" e "prosa" era molto meno netta di quanto sia nella attuale cultura o in quella romana di età classica. La prosa romana più antica è marcata da una fortissima stilizzazione, ha una struttura ritmica molto percepibile, caratterizzata da ripetizioni foniche e morfologiche, soprattutto da corrispondenze fra i membri (cola) della frase costruiti in modo che abbiano uguale lunghezza e uguale composizione sintattica.
Inversamente, la poesia arcaica ha una struttura metrica "debole" in quanto legata a regole non rigide. Quindi versi e prosa sembrano avvicinarsi. La tradizione stilistica dei carmina non sparì mai del tutto e distinse lo stile letterario latino anche da quei modelli greci che i latini assiduamente imitarono. E’ un modo di scrivere che non pratica nette distinzioni tra versi e prosa, ma si oppone allo stile casuale e informale della conversazione quotidiana.
Le più antiche forme di carmina pervenute (escluse le iscrizioni funebri) hanno carattere religioso e rituale. I canti religiosi, dei quali restano tracce, erano strettamente legati all'esecuzione di pubblici riti annuali. Le principali testimonianze che restano riguardano due importanti carmina rituali, il Saliare e l'Arvale.
Il carmen Saliare era il canto del collegio sacerdotale dei Salii, forse istituito da re Numa Pompilio. Dodici sacerdoti del dio Marte, ogni anno, nel mese di marzo, recavano in processione i dodici scudi sacri. Uno degli scudi era il famoso scudo caduto dal cielo, sacro pegno della protezione divina su Roma. I Salii, formulavano i loro carmina avanzando in un ballo rituale scandito in tre tempi (tripudium). Per i Romani di età storica il linguaggio dei Salii era ormai incomprensibile, le tracce che restano sono assai scarse.
Il Carmen Arvale, o Carmen Fratrum Arvalium. Nel mese di maggio i Fratres Arvales, un collegio di dodici sacerdoti levavano un inno di purificazione dei campi (in latino arva), implorando protezione da Marte e dai Lari (gli antenati, intesi come spiriti "buoni" e propizi dei defunti). Del testo resta una riproduzione piuttosto attendibile, ma di difficile interpretazione. Come il tripudium Saliare, anche il carmen Arvale era scandito su un ritmo ternario. Nonostante la lingua assai arcaica, il carme dev’essere opera di un artista, un "vate" non digiuno di letteratura e di cultura greca.
Alcune caratteristiche di questi inni, come le ripetizioni e certe figure retoriche, ebbero duratura influenza sulla letteratura latina profana, mentre la Roma di età storica non conobbe una vera e propria letteratura religiosa. D'altra parte, Roma non aveva una vera e propria casta separata di sacerdoti e tanto più efficace risultò, quindi, la penetrazione della religione e della mitologia greca, con tutta la sua carica di creatività letteraria e figurativa.
Un vasto patrimonio relativo ai carmina è perduto; canti di lavoro, canzoni d'amore ninne-nanne etc. Le testimonianze più consistenti riguardano una produzione, orale e improvvisata, che aveva caratteri di motteggio e comicità, i Fescennini versus. Il termine sarebbe una traccia dell’influsso etrusco. I Fescennini avevano forse una funzione apotropaica (di allontanamento del malocchio), durante le feste rurali e, secondo Orazio, avrebbero dato origine ad una tradizione di arguti motteggi. Versi "fescennini" circolavano in numerose occasioni sociali dell'antica Roma: lazzi tipici delle feste nuziali, la "giustizia popolare", ossia una forma di pubblica diffamazione ed i carmina triumphalia, quando, in occasione del trionfo, i soldati improvvisavano canti in cui alle lodi del vincitore si mescolavano liberamente le beffe. Tale comicità popolare ha avuto notevole influsso su alcuni filoni comici della produzione letteraria: la commedia plautina, lo sviluppo della satira e dell'epigramma satirico, ma l'impulso maggiore alla formazione del teatro comico venne dal contatto col teatro di lingua greca della Magna Grecia e dalla circolazione di testi letterari, attici ed ellenistici. Anche l'origine della satira deve essere valutata in questo quadro. Il "comico popolare" italico trovò riflessi più immediati nel successo dell'atellana (farsa simile alla commedia dell’arte)
Catone (riportato da Cicerone) e Varrone accennano alla diffusione dei carmina convivalia, poemi epici cantati in occasione di banchetti, ma anche Catone (nato prima della seconda guerra punica (fine del III secolo AC) li cita per tradizione indiretta, mancano indizi di una tradizione scritta di tali carmina, gli storici non citano fonti poetiche, inoltre non risultano cantori di mestiere, bardi, aedi, cantastorie ed è improbabile che una vera forma letteraria potesse svilupparsi senza la loro opera. Probabilmente, tale poesia era limitata all'ambiente, piuttosto ristretto, delle grandi famiglie, ma, alla fine del III secolo AC, non aveva più alcuna risonanza, infatti, nelle grandi famiglie urbane, tra il III e il II secolo, (tra la guerra contro Taranto 282 AC-275 AC e l'espansione romana verso Oriente 168 AC) si affermò rapidamente una cultura grecizzante.
Gli ambienti aristocratici furono i primi ad abbandonare alcune tradizioni per assimilare la grande cultura artistica e letteraria dell'ellenismo. All'ombra delle grandi famiglie comparvero figure di letterati di professione, che, da Livio Andronico in poi, praticarono forme letterarie "colte" e profondamente plasmate dall'influsso greco, ma la funzione celebrativa della poesia non scomparve e divenne un mezzo per eternare la gloria degli uomini e delle famiglie illustri. Piuttosto diversa fu l'evoluzione di generi popolari, come la farsa, che restò molto più a lungo impregnata di caratteri originalmente "italici", tuttavia, già all'inizio del II secolo AC, Plauto portò al successo, anche tra il popolo minuto, una forma letteraria come la palliata, organizzata sui canoni della "regolare" commedia ateniese.
Le testimonianze più antiche sulla poesia romana comportano l'uso di un particolare verso, chiamato saturnio. Di saturni sono composti i due primi testi epici romani: la versione dell'Odissea di Livio Andronico, e il Bellum Poenicum di Nevio e in saturnio sono testi forse ancora più antichi, gli elogi funebri ritrovati sui sepolcri di due illustri personaggi appartenenti alla famiglia degli Scipioni. I due componimenti più antichi si riferiscono a Lucio Cornelio Scipione, console nel 259 AC, e al padre di questi, suo omonimo, console nel 298 AC. Sono testi di notevole fattura letteraria, che rivelano una certa familiarità con la cultura greca e con le tradizioni della poesia funeraria greca. Uno degli epitaffi elogia non solo le virtù militari, ma quelle intellettuali dello scomparso e associa in modo caratteristico bellezza fisica e valore individuale.
La stessa etimologia del termine "saturnio" è prettamente italica, come il dio Saturno, ma tutte le attestazioni parlano di un'epoca già imbevuta di cultura greca. Gli epitaffi degli Scipioni presuppongono un ambiente colto e grecizzante. Lo stesso carmen Arvale, più antico di qualche secolo, non è immune da influssi greci e sembra possibile ritrovarvi cadenze saturnie. Andronico e Nevio, non composero esclusivamente in saturni infatti, nella loro produzione teatrale, si dimostrarono perfettamente padroni di una metrica organizzata a norma della poesia scenica greca. Non è quindi possibile collocare il saturnio in un'età priva di interferenze greche.
L'interpretazione metrica di questo verso è problematica: la sua struttura, incredibilmente fluida, non si lascia ricondurre a nessun verso canonico della poesia greca. È persino dubbio che i principi costitutivi del saturnio siano gli stessi della metrica classica greca e latina, ossia che sia basato sull'alternanza quantitativa, però, il saturnio non può essere posto completamente "fuori" dell'unità culturale greco-latina, ma la sua vistosa irregolarità rispetto alle forme metriche regolari della letteratura greca finì per decretarne la scomparsa.
La letteratura romana arcaica conobbe subito, fin dai suoi inizi noti, una metrica grecizzante "pura", come l'esametro di Ennio, che fu importato dalla poesia epica greca e forme "impure", riadattate, come gran parte dei versi usati da Plauto e dagli altri comici, che, pur avendo precise contropartite in greco, rispondono tuttavia a una serie di norme del tutto nuove. Una caratteristica fondamentale della poesia romana arcaica è proprio la convivenza di questi due distinti codici metrici, anche se, logicamente, si affermò la metrica "pura".
L'iniziativa di tradurre in lingua latina e in metro italico (il saturnio) l'Odissea di Omero ebbe una portata storica enorme. Prima dell'opera di Livio Andronico, erano stati tradotti testi giuridici o politici, ma, nell'antichità, non era mai stata tradotta un'opera letteraria da una lingua straniera.
L'iniziativa di Livio ebbe insieme finalità letterarie e più genericamente culturali, infatti Livio rese disponibile ai Romani un testo fondamentale della cultura greca, anche se i Romani più colti già leggevano Omero nell'originale. L’Odusia ebbe fortuna come testo scolastico. Andronico stesso era maestro di scuola e con il suo lavoro riuscì insieme a divulgare cultura greca a Roma e a far progredire la cultura letteraria in lingua latina, infatti l'Odusia non era solo un testo per le scuole. L'importanza di Livio nella storia letteraria è di aver concepito la traduzione come operazione artistica: costruzione di un testo che stia accanto all'originale e sia fruibile come opera autonoma, pur sforzandosi di conservare, attraverso un nuovo mezzo espressivo, non solo i contenuti, ma anche la qualità artistica del modello (operazione simile a quella del Monti per la traduzione dell'Iliade). I problemi che Livio Andronico affrontò furono enormi. Non avendo una tradizione epica alle spalle, Livio cercò per altre vie di dare solennità e intensità al suo linguaggio letterario. Alcuni termini e forme sono non solo arcaici rispetto ai tempi di Orazio, ma volutamente arcaizzanti rispetto alla lingua in uso ai tempi di Andronico.
Comincia così la tendenza arcaizzante e conservatrice della poesia latina, mentre la lingua letteraria si stacca dal linguaggio quotidiano. Andronico attinge al formulario della tradizione religiosa, per conferire dignità al suo linguaggio e rende l'omerica Musa con l'antichissima Camena, divinità italica delle acque, puntando sull'etimologia allora corrente, da Casmena/Carmena da carmen (poesia). Gli scarsi frammenti mostrano una notevolissima volontà di aderenza all'originale e di chiarezza: tradurre significa tanto conservare ciò che può essere recepito, quanto modificare ciò che è intraducibile, o per limiti del mezzo linguistico, o per differenza di cultura e mentalità.
La ricerca del pathos, della forza espressiva, e della tensione drammatica è tipica della poesia romana arcaica, rispetto ai modelli greci. La capacità di "drammatizzare" il racconto omerico fa pensare che Andronico fosse anche un abile drammaturgo. Nel campo teatrale i Romani furono, sin dall'inizio, alquanto liberi nel trasformare i modelli, infatti furono adattatori, non propriamente traduttori. Uno dei pochissimi frammenti di cui possiamo controllare l'originale greco, l'Aiace di Sofocle, modello dell' Àiax mastigophorus, contiene una massima amareggiata: "si dà lode al valore: ma la lode si scioglie più rapida del gelo a primavera"; il personaggio sofocleo diceva solo "come veloce svanisce tra i mortali il favore". La ricerca del patetico è una costante in quasi tutta la poesia latina arcaica, e si apprezza meglio quando è presente il modello greco. I modelli tragici a cui si ispirò Livio Andronico furono, verosimilmente, i testi attici del V secolo AC, in preferenza Sofocle ed Euripide. Per il rapido sviluppo letterario che seguì alla sua opera, Andronico passò molto presto dì moda: non solo Cicerone e Orazio trovano primitiva la sua arte, ma già Ennio sembra polemizzare contro il suo predecessore. La lettura scolastica di Andronico durò probabilmente più della sua fortuna letteraria.
A differenza di autori successivi come Terenzio, Plauto si preoccupa assai poco di comunicare il nome e l’autore della commedia greca alla quale si è ispirato, anche perché, a differenza di Terenzio, il suo teatro non presuppone un pubblico abbastanza ellenizzato da apprezzare il riferimento a certi famosi modelli. I titoli di Plauto non sono quasi mai trasparenti traduzioni di titoli greci, inoltre, l'uso dei nomi degli schiavi come titolo (Pseudolo, Epidico) ha ben poco a che fare con la consuetudine greca.
Plauto, pur attingendo soprattutto ai grandi maestri della commedia attica, non ha una marcata preferenza per nessuno di essi e ricorre anche ad autori minori. Lo stile di Plauto è vario e polifonico all’interno delle singole opere, ma varia assai poco da commedia a commedia, e nelle sue opere la coerenza di stile è pronunciata, infatti Plauto non si lascia condizionare troppo dallo stile dei suoi molteplici modelli attici, non dipende dallo stile di nessuno di loro in modo dominante e tanto meno ricalca una ad una le sue commedie sui modelli. I tratti costanti e dominanti dello stile plautino hanno ben poco di attico, sono giochi di parole, bisticci, metafore e similitudini, bizzarri paragoni mitologici, enigmi, doppi sensi, neologismi, allusioni scherzose alle istituzioni e al linguaggio militare di Roma.
Le trasformazioni sono meno profonde per quanto riguarda le linee generali dell'intreccio delle singole commedie, aspetto per il quale Plauto aderiva volentieri ai suoi modelli, ma sono significative la ristrutturazione metrica e la cancellazione della divisione in atti, la completa trasformazione del sistema onomastico. Infatti Plauto non dà quasi mai a un personaggio il nome che l'originale gli attribuiva e introduce un gran numero di nomi di persona non attestati sulla scena attica, inoltre, pochissimi nomi riappaiono da commedia a commedia, sono nomi greci, ma non gli stessi dei modelli e non i nomi fissi che portavano le "maschere" della farsa italica. Plauto ha assimilato i singoli modelli attici ed il loro codice formativo: convenzioni, modi di pensare, personaggi tipici, drammaturgia, espressività, ma ha eliminato molte qualità fondamentali dei modelli: coerenza drammatica, sviluppo psicologico, realismo linguistico, motivazione, caratterizzazione, serietà di analisi, senso della sfumatura e del limite.
Dopo la seconda guerra punica (219 AC - 201 AC), alla cultura ed alla letteratura si pose il problema del rapporto con il modello culturale greco, la cui importazione fu interpretata dai tradizionalisti come uno dei fattori scatenanti della corruzione dei costumi. Si accese la polemica fra i tradizionalisti contrari alla penetrazione della cultura greca a Roma ed i sostenitori di una oculata accettazione di una cultura assai più antica, complessa e raffinata di quella romana. La progressiva affermazione del dominio romano sulla Grecia, aveva intensificato i contatti fra le due culture, intellettuali greci giunsero a Roma come ambasciatori, come ostaggio o come prigionieri, inoltre i Romani si impadronirono di intere biblioteche greche (Emilio Paolo trasferì a Roma quella del re di Macedonia Perseo, dopo averlo sconfitto nel 168 AC a Pidna). Per circa cinquant'anni la cultura e la politica furono dominate dalla figura di Catone e dalla sua battaglia in difesa del mos maiorum, contro la penetrazione degli elementi eticamente e politicamente più pericolosi della cultura greca e contro il modello ellenistico dell'uomo politico "carismatico", che sembrava minare la solidità del ceto aristocratico. In realtà, nonostante la veemenza della polemica, Catone non proponeva ai Romani un totale ripudio della cultura greca, bensì un’attenta selezione, che arginasse le spinte "illuministiche" e "relativistiche" che rischiavano di intaccare la morale tradizionale.
Il filosofo greco Carneade, giunto a Roma nel 155 AC come membro di un'ambasceria, mentre attendeva di essere ricevuto dal Senato romano tenne lezioni sullo scetticismo, ma suscitò i sospetti di catone e del senato asserendo che la conoscenza certa è impossibile e che non esiste un criterio assoluto di verità, inoltre, insinuò che il "giusto" dominio di Roma, in realtà si basava sulla violenza. L'ambasceria fu immediatamente espulsa. Ennio accolse alcune delle nuove idee e osò proporre al pubblico romano la teoria evemeristica (Evemero, IV-III secolo AC: gli dei erano in origine esseri umani eccezionali, divenuti leggendari e poi divinizzati), l'Ambracia, celebrazione di Fulvio Nobiliare, suscitò vivaci polemiche, anche gli Annales, pur concordando con l'ideale catoniano nella celebrazione dei rnores antiqui come fondamento dello Stato, lasciavano spazio a elementi ellenistici cedendo all'esaltazione delle grandi personalità. Tale atteggiamento spiega l'allontanamento di Ennio da Catone, e il suo avvicinamento all'ambiente scipionico. Nello stesso periodo le istanze ellenizzanti furono sostenute dal "circolo degli Scipioni", un gruppo di intellettuali formatosi intorno a Publio Cornelio Scipione l'Emiliano. Tra il 150 AC ed il 130 AC il circolo influenzò in maniera determinante la letteratura e la cultura contemporanee determinandone il successivo sviluppo.
Il rinnovamento culturale propugnato dagli intellettuali dell'ambiente dell'Emiliano era, comunque, assai equilibrato e quindi non in radicale contrasto con l'ideale catoniano di conservazione degli antichi valori romani. Il "circolo degli Scipioni" non fu, in realtà, un movimento letterario con un preciso programma culturale, bensì un gruppo di intellettuali accomunati dall’interesse per la cultura greca. (l'Emiliano, conosceva le opere classiche Greche della biblioteca reale di Macedonia, portata a Roma dal padre Paolo Emilio, vincitore a Pidna). Il gruppo scipionico vedeva nell'apertura alla cultura ellenistica un mezzo irrinunciabile di sprovincializzazione della classe dirigente romana. Il filosofo Panezio di Rodi (185 AC – 109 AC), appartenente al circolo degli Scipioni, aderì a tale progetto fornendo un modello di comportamento agli aristocratici romani (sul conveniente) ed elaborando una teoria per giustificare l'imperialismo romano, mentre la storico Polibio, anch'egli legato all'ambiente scipionico, introdusse lo schema della costituzione mista che giustificava il regime aristocratico, mentre l'interpretazione razionalistica della religione tradizionale romana come strumento di dominio ne riconosceva l'importanza per la stabilità dello stato.
Al circolo scipionico appartenne anche il poeta Lucilio (162 AC – 102 Ac), che fu non solo primo letterato di origine aristocratica, ma anche il primo aristocratico a rifiutare l'attività pubblica. Lucilio è legato al gusto aristocratico, ma propone modelli di comportamento innovativi, rifiutando i meccanismi di ascesa sociale e politica fondati su valori "falsi" come il denaro. A tratti riecheggiando toni e ideali catoniani, ma il Censore, con la sua polemica contro la degenerazione del costume e contro l'abuso privato della ricchezza, si proponeva di salvaguardare i tradizionali principi della politica, mentre Lucilio difende la scelta individualistica dì non farsi coinvolgere in una realtà quotidiana fatta di personaggi spesso ambiziosi, corrotti e volgari. Lucilio cerca una sintesi tra gusto raffinato e morale tradizionale che è indizio dei nuovi tempi.
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