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(Nota: Vedi WikiProject Mostra del cinema di Venezia)

La Mostra Internazionale del Cinema di Venezia è un festival cinematografico che si svolge annualmente nella città lagunare (solitamente tra la fine del mese di agosto e l'inizio di settembre) nello storico Palazzo del Cinema, sul Lungomare Marconi, al Lido di Venezia.
Giunta nel 2004 alla sessantunesima edizione, la mostra si inquadra nel più vasto scenario della Biennale di Venezia, festival culturale che include un'esposizione di arte contemporanea. La prima edizione si tenne in concomitanza con la XVIII Biennale.
Il premio principale che viene assegnato - assieme a diversi altri - è il "Leone d'Oro", che deve il suo nome al simbolo della città (il Leone della Basilica di San Marco). Tale riconoscimento è considerato uno dei più importanti dal punto di vista della critica cinematografica, al pari di quelli assegnati nelle altre due principali rassegne cinematografiche europee: la "Palma d'Oro" del Festival di Cannes e l'"Orso d'Oro" di quello di Berlino. Nel loro insieme, si tratta di tre premi ambìti e di grande impatto, spesso in controtendenza rispetto agli "Academy Awards" americani (vale a dire i "Premi Oscar", che temporalmente li precedono, svolgendosi abitualmente a primavera.
Recentemente, nel 2002, è stato istituito un nuovo riconoscimento, il "Premio San Marco", dedicato al miglior film della sezione "Controcorrente", una delle ultime inserite, e che si è accostato ai trofei già esistenti, tra i quali degno di nota è il prestigioso "Leone d'Oro alla carriera".
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La prima Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia si svolse dal 6 al 21 agosto del 1932. Il festival nasce da un'idea del presidente della Biennale di Venezia, il conte Giuseppe Volpi di Misurata, dello scultore Antonio Maraini, segretario generale, e di Luciano De Feo, il segretario generale dell'"Istituto internazionale per il cinema educativo", emanazione della Società delle Nazioni con sede a Roma, concorde sull'idea di svolgere la rassegna nella città lagunare, e che fu il primo direttore-selezionatore.
La mostra viene giustamente considerata la prima manifestazione internazionale di questo tipo, ricevendo un forte appoggio dalle autorità. La prima edizione si svolge alla terrazza dell'Hotel Excelsior al Lido di Venezia, ma ancora non si tratta di una rassegna competitiva. I titoli vengono solamente presentati al pubblico, ma nonostante questo l'edizione del 1932 vanta titoli di grande valore, divenuti poi veri e propri "classici" della storia del cinema; da ricordare "It happened one night" (Accadde una notte), del grande regista americano Frank Capra, "Grand Hotel" di Edmund Goulding, "The Champ" ([Il Campione]) di King Vidor, il primo ed inimitabile "Frankenstein" di James Whale, "Zemlja" di Aleksandr Dovzenko, l'italiano "Gli uomini, che mascalzoni..." di Mario Camerini, "A nous la liberté" (A noi la libertà) di René Clair. Oltre ai film citati, in concorso sono presenti opere di altri grandi registi, quali Raoul Walsh, Ernst Lubitsch, Nikolaj Ekk, Howard Hawks, George Fitzmaurice, Maurice Tourner, Anatol Litvak. Personaggi di spicco di questa prima rassegna sono gli attori che appaiono sul grande schermo attraverso le pellicole proiettate, che garantiscono alla mostra un successo maggiore di quello aspettato, portando nelle sale oltre 25 mila spettatori. Si parla dei maggiori divi dell'epoca, Greta Garbo, Clark Gable, Fredric March, Wallace Beery, Norma Shearer, James Cagney, Ronald Colman, Loretta Young, John Barrymore, Joan Crawford, senza dimenticare l'idolo italiano Vittorio De Sica ed il grande Boris Karloff, passato alla storia per il suo ruolo del mostro nel primo Frankenstein. Il primo della storia della mostra viene proiettato la sera del 6 agosto 1932: si tratta del "Dr. Jekyll and Mr. Hyde" di Rouben Mamoulian; al film seguì un grande ballo nei saloni dell'Excelsior. In mancanza di una giuria e dell'assegnazione di premi ufficiali, introdotti solamente più tardi, un referendum svolto tra tutto il pubblico accorso alla rassegna decreta miglior regista il Nikolaj Ekk, sovietico, per il film "Putjovka v zizn" (Il cammino verso la vita), mentre il film di René Clair viene eletto come il più divertente.
La seconda edizione si svolge due anni dopo, dal 1 al 20 agosto 1934. Inizialmente, infatti, la rassegna si trova indissulubilmente legata alla più ampia Biennale di Venezia, rispettandone la cadenza. L'esperienza della prima edizione porta subito, comunque, una importante novità: si tratta della prima edizione competitiva. Le nazioni in gara con almeno un proprio esponente sono ben 19, più di 300 i giornalisti accreditati alle proiezioni. Viene istituita la "Coppa Mussolini", per il miglior film straniero ed italiano, ma ancora non esiste una vera giuria. È la presidenza della Biennale che, consultati alcuni esperti e secondo il parere del pubblico, in accordo con l'"Istituto Internazionale per la Cinematografia Educativa" di Luciano de Feo, ancora direttore della mostra, decreta i vincitori dei premi. Oltre la "Coppa Mussolini" vengono distribuite le "Grandi Medaglie d'Oro dell'Associazione Nazionale Fascista dello Spettacolo", i premi per le migliori interpretazioni. La miglior attrice è una giovane Katharine Hepburn, premiata per la sua splendida interpretazione in "Little Women" (Piccole Donne) di George Cukor. Il premio per il miglior film straniero va a "The Man of Aran" (L'uomo di Aran), di Robert Joseph Flaherty, un documentario d'autore, genere molto apprezzato all'epoca. Alla seconda edizione, la mostra vanta già il suo primo scandalo: durante una sequenza di "Extase" (Estasi), del regista cecoslovacco Gustav Machatý, Hedwig Kieslerová, conosciuta successivamente come Hedy Lamarr, appare sul grande schermo in un nudo integrale.
Già dalla terza edizione, 1935, la mostra diventa annuale, come conseguenza del grande successo di pubblico e di critica riscosso dalle due prime edizioni, sotto la direzione di Ottavio Croze. Col crescere della notorietà e del prestigio della ressagna, cresce anche il numero di opere e dei paesi partecipanti in concorso. A partire da questa edizione, però, e fino al dopoguerra, non parteciperanno più i film sovietici, mentre il prestigioso premio agli attori assume la denominazione di Coppa Volpi, dal cognome del conte Giuseppe Volpi di Misurata, padre della rassegna. Ancora una volta il festival vanta film di grande valore: "The Informer" (Il traditore) di John Ford, "The Devil is a Woman" (Capriccio spagnolo) di Joseph von Sternberg, con Marlene Dietrich, ed il vincitore del premio per il miglior film straniero, "Anna Karenina", di Clarence Brown, con Greta Garbo, presente per la seconda volta al Lido di Venezia.
Nel 1936 è tempo per un'altra "prima volta", quella della "Giuria internazionale", mentre si consolida il prestgio della rassegna, con la presenza ancora una volta di film di registi importanti come Frank Capra, John Ford, Max Ophüls, René Clair, Josef von Sternberg, Marcel L'Herbier. Il maggior successo di pubblico, tuttavia, lo riscuote il divo italiano Amedeo Nazzari.
Proseguono di edizone in edizione le innovazioni della mostra: nel 1937 viene inaugurato il nuovo Palazzo del Cinema, opera dell'architetto Luigi Quagliata, costruito a tempo di record, secondo i dettami del Modernismo, diffusosi all'epoca, e mai più abbandonato nella storia della rassegna, tranne che tra il 1940 ed il 1948. La Mostra così si ingrandisce: aumenta il numero delle nazioni partecipanti e dei film accettati. Questa volta le luci della ribalta sono tutte puntate su Marlene Dietrich, che porta scompiglio al Lido di Venezia, ma anche Bette Davis si afferma fortemente tra il pubblico, vincendo il premio come migliore attrice. La rivelazione di questa edizione è il giovane attore francese Jean Gabin, protagonista de "La grande illusion" (La grande illusione) di Jean Renoir, vincitore del gran premio della giuria internazionale.
Nel 1938, purtroppo, anche la mostra subisce le pesanti pressioni politiche dettate dal governo fascista. I vincitori vengono imposti alla giuria internazionale, e film vincitore risulta il tedesco "Olympia" di Leni Riefenshtal e "Luciano Serra pilota" di Goffredo Alessandrini, due film di esplicita propaganda. Questa edizione è anche l'ultima in cui il cinema americano, finora sempre presente in maniera importante, sia quantitativamente, che qualitativamente, è presente al Lido di Venezia. Si congeda con un premio ad uno dei migliori lungometraggi animati di Walt Disney, "Snow White and the Seven Dwarfs" (Biancaneve e i sette nani)'. Il 1938 è anche l'anno della prima grande restrospettiva, secondo il criterio di continua innovazione del festival, che in questa occasione viene dedicata al cinema francese tra gli anni 1891 e 1933. Le opere del cinema francese degli anni '30 è quello che, tra tutti i film stranieri, la cui selezione fino al 1956 spetterà direttamente ai rispettivi paesi di origine, ha offerto autentici capolavori: "A nous la liberté" (1932) di René Clair, "Un carnet de bal" (Un carnet da ballo, 1937) di Julien Duvivier, "La grande illusion" (1937) e "La bête humaine" (La bestia umana, 1939) di Jean Renoir, "Quai des brumes" (Il porto delle nebbie, 1938) e "Le jour se lève" (Alba Tragica, 1939) di Marcel Carné.
Gli anni Quaranta rappresentano uno dei momenti più difficili della rassegna. La conclusione della Seconda Guerra Mondiale divide il decennio in due. Se già dal 1938 le pressioni politiche falsarono e rovinarono il festival, con l'avvento del conflitto la situazione degenerò a tal punto che le edizioni del 1940, 1941 e 1942, successivamente considerate non avvenute, si svolsero ben lontano dal Lido di Venezia. Pochi paesi partecipanti e l'assoluto monopolio delle opere e dei registi appartenenti all'Asse Roma-Berlino, in un clima più propagandistico che artistico, rappresentati fortemente anche dai divi italiani, tra i quali spiccarono Alida Valli, Assia Noris e Fosco Giachetti.
Dopo la triste parentesi, la mostra riprende a pieno regime nel 1946 a seguito della conclusione della guerra, ma le proiezioni si svolgono stavolta al cinema San Marco, a causa della requisizione del Palazzo del Cinema ad opera dagli Alleati. Il nuovo direttore è Elio Zorzi, che con la sua opera vuole recuperare la libertà e la internazionalità che aveva portato la mostra al successo, distrutta dagli anni di guerra precedenti. A caratterizzare questo nuovo percorso sono i molti importanti film del neorealismo cinematografico italiano, uno dei più significativi movimenti nella storia del cinema italiano, quali "Paisà" (1946) di Roberto Rossellini, "Il sole sorge ancora" (1946) di Aldo Vergano, "Caccia tragica" (1947) di Giuseppe De Santis, "Senza pietà" (1948) di Alberto Lattuada, "La terra trema" (1948) di Luchino Visconti; nonostante il loro indiscusso valore e il successo di pubblico, le opere non ottengono il meritato riconoscimento di critica. La mostra torna comunque ad ospitare anche i grandi registi internazionali, Orson Welles, Laurence Olivier, Fritz Lang, John Huston, Claude Autant-Lara, David Lean, Henri-Georges Clouzot, Jean Cocteau, Michael Powell ed Emeric Pressburger, oltre ai già presenti Jean Renoir, Julien Duvivier, Marcel Carné. Con il ritorno alla normalità tornano a Venezia anche le grandi icone del cinema mondiale, Rita Hayworth, Joseph Cotten, Olivia de Havilland, ma la vera protagonista è l'attrice romana Anna Magnani, premiata per la sua splendida interpretazione ne "L'Onorevole Angelina" di Luigi Zampa con la Coppa Volpi per la migliore attrice nel 1947. L'edizione del 1946 per la prima volta si tenne nel mese di settembre, a seguito dell'accordo con il neonato Festival di Cannes, che proprio nella primavera del '46 aveva tenuto la sua prima rassegna.
Nel 1947 la mostra si tenne al Palazzo Ducale, in una splendida ed unica cornice, raggiungendo un record di 90.000 presenze. Sicuramente si può parlare di una delle migliori edizioni della storia del festival, che vide finalmente il ritorno al Lido di Venezia delle opere dell'URSS, accostate alle nuove "democrazie popolari", come la Cecoslovacchia, che all'esordio vinse il primo premio grazie al film "Siréna" del cineasta Karel Stekly. Il 1947 vede anche ripristinata la Giuria internazionale per assegnare il Gran premio internazionale di Venezia. Nel 1949, sotto la direzione del nuovo responsabile Antonio Petrucci, la manifestazione ritorna definitivamente al Palazzo del Cinema al Lido di Venezia. Viene istituito il "premio Leone di San Marco" per il miglior film, vinto per la prima volta da "Manon" di Henri-Georges Clouzot, ma va segnalato l'esordio di Jacques Tati con "Jour de fête" (Giorno di festa), tra i film del sempre presente ed apprezzato cinema francese.
Negli anni Cinquanta, finalmente il valore della Mostra viene riconosciuto definitivamente nel campo internazionale, conoscendo un periodo di forte espansione, e concorrendo all'affermazione di nuove scuole di cinema, come quella giapponese e quella indiana, con l'arrivo dei più grandi registi e divi. In questi anni la rassegna cambia più volte direttore, alla ricerca di nuovi spunti e nuove strade da percorrere: Antonio Petrucci (1949-1953), di nuovo Ottavio Croze (1954-1955), Floris Ammannati (1956-1959).
Sono anni importanti, con il mondo del cinema che sembra ormai essersi lasciato definitivamente alle spalle il fantasma della guerra, e la mostra contribuisce ad influenzare le tendenze dell'epoca. Venezia lancia definitivamente il cinema giapponese, che si impone alla ribalta in Occidente grazie al Leone d'Oro vinto da "Rashômon" del grande regista nipponico Akira Kurosawa nel 1951, "bissato" sette anni dopo, nel 1958, da "Muhomatsu No Isshô" (L'uomo del risciò) di Iroshi Inagaki. "Ugetsu Monogatari" (I racconti della luna pallida d'agosto, 1953), "Sanshô dayû" (L'intendente Sanshô, 1954) di Kenji Mizoguchi e "Shichinin no samurai" (I sette samurai, 1954) di Akira Kurosawa vincono il comunque prestigioso secondo premio, il Leone d'Argento, mentre altri film nipponici in concorso, non premiati, riscuotono comunque un buon successo, come "Saichaku ichidai onna" (La vita di O Haru donna galante, 1952) di Kenji Mizoguchi e "Biruma no Tategoto" (L'Arpa birmana, 1956) di Kon Ichikawa. Lo stesso successo riscuote il giovane cinema indiano, che si afferma a sua volta con un Leone d'Oro vinto nel 1957 da "Aparajito" (L'invitto) di Satyajit Ray. La scuola dell'Est europeo, premiata già con il Gran premio della Giuria internazionale ottenuto nel 1947 dall'opera del cecoslovacco Karel Stekly, "Siréna", si impone nuovamente grazie alla presenza di nuovi validi autori, tra i quali meritano una citazione Andrzej Wajda e Andrzej Munk.
Dopo l'exploit negli anni Quaranta dei primi film neorealisti, gli anni Cinquanta segnano l'arrivo sugli schermi del festival di due dei più grandi ed amati registi italiani del dopoguerra, Federico Fellini e Michelangelo Antonioni, che vengono consacrati proprio dalla loro presenza al Lido. Contemporaneamente, ai grandi maestri si affacciano una serie di giovani emergenti, promettenti volti nuovi di un panorama nazionale in grande ascesa, quantitativa e , soprattutto, qualitativa, che daranno vita al periodo forse più brillante del cinema italiano sul piano internazionale. A Venezia si presentano nel 1958 Francesco Rosi, con "La sfida", e soprattutto Ermanno Olmi, con l'opera prima "Il tempo si è fermato", datata 1959. Nonostante la grande fama ed il prestigio ottenuto, il cinema italiano non viene adeguatamente premiato al festival, scatenando roventi polemiche. Due episodi accendono lunghe discussioni: il Leone d'Oro non assegnato a Luchino Visconti né nel 1954 per "Senso", a favore del film di "Romeo e Giulietta" di Renato Castellani, né nel 1960, per "Rocco e i suoi fratelli", questa volta in favore di un film d'oltralpe, "Le passage du Rhin" (ll passaggio del Reno) di André Cayatte. Il massimo riconoscimento gli verrà conferito solo nel 1964, quando "Vaghe stelle dell'Orsa" vince finalmente l'ambito premio. Anche Roberto Rossellini, altro autore di spicco del cinema italiano anni Cinquanta, presenta molti dei suoi film nel corso della rassegna: il 1950 è l'anno di "Francesco giullare di Dio" e "Stromboli", due anni dopo presenta "Europa '51".
Scandali a parte, è il cinema europeo a fare la parte del leone. La scuola del vecchio continente si afferma tanto con autori già noti, quali il danese Carl Theodor Dreyer, premiato con il Leone d'Oro per il suo "Ordet" (1955) e lo svedese Ingmar Bergman, che con "Il volto" conquista il Premio Speciale della Giuria nel 1959, dopo aver già partecipato alla mostra nel 1948, allora completamente sconosciuto e inosservato, con "Musik i mörker" (Musica nel buio), quanto con i nuovi autori. In questo campo si mette ion luce ancora una volta il cinema francese; Robert Bresson si rivela nel 1951 con "Journal d'un curé de campagne" (Il diario di un curato di campagna); Louis Malle presenta, nel 1958 il film scandalo "Les amants" (Gli amanti), che nonostante le polemiche e l'indignazione di molti vince il Premio Speciale; ultimo, solo in ordine di tempo, exploit è quello di Claude Chabrol, presenta nel 1958 "Le beau Serge", considerato successivamente dalla critica come il film che diede inizio alla nouvelle vague. In questi anni, finalmente Venezia può celebrare il ritorno alla mostra del cinema americano, che si presenta con nuovi registi: Elia Kazan, Billy Wilder, Samuel Fuller, Robert Aldrich.
I nuovi divi del panorama cinematografico si fanno conoscere al Lido: il 1954 è il turno di Marlon Brando, con il film "On the waterfront" (Fronte del porto), di Elia Kazan, quattro anni dopo, nel 1958, a monopolizzare l'attenzione di tutti è Brigitte Bardot, protagonista del film "En cas de malheur" (La ragazza del peccato), di Claude Autant-Lara, ma anche i divi e soprattutto le dive italiane si fanno notare: due nomi su tutti sono quelli di Sophia Loren, vincitrice della Coppa Volpi nel 1958 per l'interpretazione in "The black orchid" (Orchidea nera) di Martin Ritt, e Gina Lollobrigida, ma anche Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Silvana Mangano, presenti nel film vincitore del Leone d'Oro del 1959, "La grande guerra" di Mario Monicelli, e Giulietta Masina, lanciata dalle sue interpretazioni in vari film di Federico Fellini.
Gli anni Sessanta registrano un continuo sviluppo ed ampliamento della mostra, secondo il percorso artistico seguito nel dopoguerra. L'edizione del 1960 viene ricordata come la più contestata della storia del festival, per la mancata assegnazione del Leone d'Oro a uno starordinario film di Luchino Visconti, "Rocco e i suoi fratelli", a favore dell'opera del francese Andre Cayatte. Il pubblico in sala fischiò per tutto il tempo della cerimonia di premiazione e la proiezione del film vincitore. Si trattava della seconda grande delusione per il regista, già beffato nel 1954, quando aveva presentato Senso.
Agli inizi del decennio, il festival si fece promotore di una profonda opera di rinnovamento del cinema. Vennero create mumerose sezioni per diversificare l'offerta ed ampliare il campo d'azione. Vennero presentati importanti film del free cinema inglese, fino ad allora semisconosiuto, come "Saturday night, sunday morning" (Sabato sera, domenica mattina, 1961) di Karel Reisz, "A taste of honey" (Sapore di miele, 1962) di Tony Richardson, o "Billy Liar" (Billy il bugiardo, 1963) di John Schlesinger, mentre trovò piena consacrazione la nouvelle vague francese, presente grazie a Jean-Luc Godard ed Alain Resnais. Alcuni giovani registi italiani si affacciarono per la prima volta davanti al grande pubblico: Pier Paolo Pasolini, Bernardo Bertolucci, Paolo ed il fratello Vittorio Taviani, Vittorio De Seta, Valerio Zurlini, Marco Ferreri, Florestano Vancini, Marco Bellocchio, Giuliano Montaldo, Tinto Brass, mentre alcuni altri si confermarono all'altezza di quanto avessero mostrato agli esordi negli anni Cinquanta, registi del calibro di Francesco Rosi, Ermanno Olmi e Gillo Pontecorvo. Dopo le polemiche del 1960, i premi successivi furono attendibili e non senza coraggio: l'anno successivo vinse "L'année dernière à Marienbad" (L'anno scorso a Marienbad) di Alain Resnais, mentre nel 1962 il premio venne assegnato ex aequo a Valerio Zurlini e Andrej Tarkovsky, rispettivamente con "Cronaca familiare" e "Ivanovo detsvo" (L'infanzia di Ivan).
Dal 1963 il vento delle novità porto il "professore" Luigi Chiarini alla direzione della mostra, aprendo un'era che durò fino al 1968. Negli anni della sua presidenza, Chiarini puntò a rinnovare lo spirito e le strutture della mostra, puntando a una riorganizzazione dalla base di tutto il sistema. Per sei anni, la mostra seguì un percorso coerente, secondo i rigorosi criteri dettati per la selezione delle opere in concorso, opponendosi alla mondanità, alle pressioni politiche e alle ingerenze delle sempre più esigenti case di produzione, preferendo la qualità artistica dei film contro la crescente commercializzazione dell'industria del cinema. Un punto chiave della gestione Chiarini fu il continuo ed utile confronto di diverse generazioni e scuole di registi. Conferme ed emergenti si alternarono sugli schermi della mostra, maestri ed allievi: Jean-Luc Godard, Carl Theodor Dreyer, Ingmar Bergman, Arthur Penn, Pier Paolo Pasolini, Robert Bresson, Akira Kurosawa, Roman Polanski, François Truffaut, Roberto Rossellini, Joseph Losey, Milos Forman, e ancora Carmelo Bene, John Cassavetes, Alain Resnais, Luis Buñuel, vincitore nel 1967 del Leone d'Oro con "Belle de jour" (Bella di giorno), un film decisamente meno d'avanguardia rispetto a quelli del periodo della sua collaborazione con Salvador Dalì. Il cinema italiano è il vero marchio di fabbrica di questo periodo della mostra, grazie anche alla ribalta di nuovi divi emergenti, come Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni e Monica Vitti, ma soprattutto per l'eccezionale serie di quattro vittorie consecutive del premio più prestigioso: 1963, "Le mani sulla città" di Francesco Rosi; 1964, "Il deserto rosso" di Michelangelo Antonioni; 1965; "Vaghe stelle dell'Orsa" la tanto attesa vittoria di Luchino Visconti; infine, nel 1966, "La battaglia di Algeri" di Gillo Pontecorvo.
Le agitazioni sociali e politiche del 1968 ebbero forti ripercussioni anche sulla Biennale di Venezia, retta ancora dallo statuto di epoca fascista, e di conseguenza anche sulla mostra del cinema, da questa dipendente, che subì pesanti e continue contestazioni, portando a rompere con la tradizione secondo le linee di pensiero dell'epoca. Dal 1969 al 1979 la rassegna si tenne, ma non furono assegnati premi e si tornò alla non-competitività della prima edizione. Nel 1973, 1977 e 1978, la mostra addirittura non si tenne. Il Leone d'Oro fece il suo ritorno solamente nel 1980, paradossalmente in doppia copia per la vittoria ex aequo di Louis Malle e John Cassavetes.
L'effetto della contestazione sessantottina fu, dunque, l'abolizione della competizione e quindi del relativo conferimento dei premi. Le dieci edizioni tenutesi tra il 1969 ed il 1979 furono dunque non competitive. I primi due anni furono sotto la direzione di Ernesto Laura, direzione che passò successivamente a Gian Luigi Rondi e quindi a Giacomo Gambetti. Come parziale compensazione della mancata competizione, vennero inaugurate nuove sezioni, tese ad ampliare l'offerta della mostra. Un'importante novità fu l'introduzione, nel 1971, del Leone d'Oro alla carriera, che ebbe come primi destinatari due nomi eccellenti: il regista americano John Ford, più volte presente al festival, e, l'anno successivo, Charlie Chaplin, per la sua opera di uomo di cinema completo e poliedrico. Il 1971 viene ricordato anche come l'anno della prima proiezione di un documentario d'autore cinese: "Hung sik laung dje ching"" (Il distaccamento femminile rosso).
Nel 1972 venne organizzata nel centro storico della città una manifestazione cinematografica parallela in aperto contrasto con la mostra "ufficiale" organizzata dalla Biennale di Venezia, le "Giornate del cinema italiano", sotto l'egida dell'ANAC (Associazione Nazionale Autori Cinematografici) e dell'AACI (Associazione Autori Cinematografici Italiani), criticandone aspramente la nuova direzione. L'anno successivo, il direttore in carica, Gian Luigi Rondi, fu costretto a dimettersi. Con lo statuto della Biennale ancora fermo in Parlamento, immutato dal periodo fascista, tutte le manifestazioni legate all'organizzazione saltarono, mostra compresa. Le due associazioni degli autori italiani colsero la palla al balzo, organizzando nuovamente le "Giornate del cinema italiano", che tuttavia non riuscirono ad affermarsi ed a soppiantare il festival ufficiale.
La direzione passò dunque a Giacomo Gambetti, che la mantenne tra il 1974 ed il 1976, il quale tentò una strada nuova, cercando di cambiare l'immagine della mostra. Si inaugurarono omaggi, retrospettive, convegni, proposte di nuovi film, optando per delle proiezioni decentrate rispetto al cuore della città. Nel 1977, all'interno dei progetti della Biennale, si svolse una manifestazione dedicata interamente al cinema dell'Europa dell'Est, integrandosi nel progetto della fondazione sul "dissenso culturale".
L'anno successivo la mostra non ebbe luogo nuovamente.
Nonostante le contestazioni ed il brutto momento attraversato tanto dalla mostra, quanto dalla Biennale di Venezia stessa, le edizioni si caratterizzarono per le opere che mostrarono forti sintomi di un deciso quanto atteso rinnovamento del cinema negli anni Settanta. A questo proposito, vanno ricordate pellicole come "The devils" (I diavoli) di Ken Russel e "Sunday Bloody Sunday" (Domenica, maledetta domenica) di John Schlesinger, o "Warnung vor einer heiligen Nutte" (Attenzione alla puttana santa), l'ennesimo film-scandalo, di Rainer Werner Fassbinder, tutti e tre datati 1971, "Brewster McCloud" (Anche gli uccelli uccidono) di Robert Altman, "Die Angst des Tormannes beim Elfmeter" (Prima del calcio di rigore) di Wim Wenders, entrambi del 1972, poi ancora "Badlands" (La rabbia giovane) di Terrence Malick tre anni dopo, nel 1976 è il momento di "Novecento" di Bernardo Bertolucci e "La dernière femme" (L'ultima donna) di Marco Ferreri. Tra tutti questi film, spicca il capolavoro che Stanley Kubrick presentò al pubblico nella rassegna lagunare del 1972, "A Clockwork Orange" (Arancia meccanica), con protagonista Malcolm McDowell, un film che fece immancabilmente discutere e parlare di sé.
La sperata rinascita vera e propria arriva nel 1979, grazie al nuovo direttore Carlo Lizzani, deciso a rilanciare l'immagine ed il valore che la mostra aveva perso nell'ultimo decennio. Quella del 1979 fu l'edizione che gettò le fondamenta per il recupero del prestigio internazionale, che sarà poi portato a termine a tutti gli effetti solo nel decennio successivo. Con la sua preziosa esperienza di regista, Lizzani diede una svolta che partì dal nome, chiamando la rassegna con un semplice e sobrio "Mostra Internazionale del Cinema", anziché "Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica", la denominazione che mantiene ancora oggi. Deciso a voler offrire un'immagine più moderna e pronta della mostra, il neo-direttore formò un comitato di esperti per aiutarlo a selezionare le opere e a dare ancor più una svolta al festival. Tra i collaboratori figurano personaggi di spicco dell'ambiente culturale italiano, ma non solo, dell'epoca, tra i quali Alberto Moravia, Roberto Escobar, Giovanni Grazzini, Enzo Scotto Lavina e Paolo Valmarana. Come "vice" è più stretto consigliere, Lizzani portò a Venezia Enzo Ungari. Molto interessante fu l'iniziativa che portò un gran numero di divi ed attori di prestigio per una discussione dal titolo "Gli anni Ottanta del cinema", che diede il "la" al dibattito critico sul cinema e sulle nuove tecnologie emergenti, venute alla ribalta soprattutto grazie a "Star Wars" (Guerre Stellari) di George Lucas (non presentato a Venezia), che furono di basilare importanza in quella fase di transizione della cinematografia mondiale, occupando via via sempre un'importanza maggiore sino ai giorni nostri.
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