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Marco Tullio Cicerone (106 AC - 43 AC).
Marco Tullio CiceroneMarco Tullio Cicerone nacque nel 106 AC ad Arpino, da agiata famiglia equestre, studiò retorica e filosofia a Roma dove strinse con Tito Pomponio Attico un'amicizia destinata a durare tutta la vita. Nell'80 AC difese Sesto Roscio. Tale patrocinio gli inimicò alcuni esponenti del regime sillano e, dopo il successo della difesa di Roscio, tra il 79 AC e il 77 AC, Cicerone dovette lasciare Roma e viaggiò in Grecia e in Asia, perfezionando la propria eloquenza. A Rodi, presso il retore Molone, affinò la propria oratoria, sviluppando uno stile decoroso, misurato, in giusto equilibrio tra l'artificiosa ampollosità asiana e la scarna sobrietà atticista (stile rodiese).
Nel 75 AC fu questore in Sicilia e nel 70 AC sostenne con successo l'accusa dei Siciliani contro l'ex governatore Verre. Nel 63 AC, come console, represse la congiura di Catilina. Dopo la formazione del Primo Triumvirato (60 AC: Cesare, Pompeo e Crasso), la fortuna di Cicerone iniziò a declinare. Nel 58 AC, fu accusato di avere messo a morte senza processo i complici di Catilina e fu esiliato. Richiamato a Roma, vi tornò nel 57 AC. Fra il 56 AC e il 51 AC tentò una difficile collaborazione con i triumviri, mentre continuava a svolgere l'attività forense. Compose il De oratore, il De re publica e iniziò a lavorare al De legibus. Allo scoppio della guerra civile, nel 49 AC, aderì con riluttanza alla causa di Pompeo e, dopo Farsàlo, ottenne il perdono di Cesare. Nel 46 AC] scrisse il Brutus e l' Orator. Nel 45 AC, dopo la morte della figlia, iniziò la composizione di numerose opere filosofiche, mentre il dominio di Cesare lo teneva lontano dalla politica. Nel 44 AC, dopo l'uccisione di Cesare, tornò alla vita pubblica, iniziando la lotta contro Antonio (Filippiche). Dopo il voltafaccia di Ottaviano, che, abbandonata la causa del senato, aveva concluso un triumvirato (come magistratura straordinaria) con Antonio e Lepido, il nome di Cicerone fu inserito nelle liste di proscrizione e, il 7 dicembre del 43 AC, l'oratore fu ucciso dai sicari di Antonio.
Pro Roscio Amerino (80 AC); Verrinae (70 AC); De imperio Cn. Pompei o Pro lege Manilia (66 AC); De lege agraria (63 AC); Pro Rabirio perduellionis reo (63 AC); Pro Murena (63 AC); Catilinariae (63 AC); Pro Sulla (62 AC); Pro Archia poeta (62 AC); De domo sua (57 AC); De haruspicum responso (56 AC); Pro Caelio (56 AC); Pro Sestio (56 AC); Pro Balbo (56 AC); Pro Milone (52 AC); Pro Marcello (46 AC); Pro rege Deiotaro (45 AC); Philippicae (44 AC-43 AC). Restano inoltre una trentina di titoli e vari frammenti di orazioni perdute.
De inventione(circa 84 AC); De oratore (55 AC); Brutus (46 AC); Orator (46 AC);
De re publica (54 AC-51 AC); De legibus (52 AC circa).
Paradoxa Stoicorurn (46 AC); Academica (45 AC); Tusculanae disputationes (45 AC); De natura deorum (45 AC); De fato (44 AC); Cato maior de senectute (44 AC); Laelius de amicitia (44 AC); De officiis (44 AC).
Ad familiares; Ad Atticum; Ad Quintum fratrem;
Juvenilia; De consulatu suo
Consolatio (45 AC); Hortensius (45 AC); Laus Catonis (45 AC); un'opera geografica e una di curiosità (Admiranda)
Del Timeo di Platone (conservata in parte), del Protagora di Platone, dell' Economico di Senofonte (scarsi frammenti).
Il progetto di concordia dei ceti abbienti fu un tentativo di superare, in nome del superiore interesse della collettività, la lotta di gruppi e di fazioni che dominava la scena politica romana. Cicerone vide in un riavvicinamento fra senato ed equites un mezzo per superare la crisi che stava travolgendo la repubblica e, fino alla fine, rimase fedele all'ideale della concordia e alla causa del senato.
Nel 56 AC, nella Pro Sestio, Cicerone espose una nuova versione della propria teoria sulla concordia dei ceti abbienti. Come accordo fra il ceto senatorio e quello equestre, la concordia ordinum era stata fallimentare. Cicerone ne dilatò il concetto in quello di consensus omnium bonorum, ossia la concordia attiva di tutte le persone agiate e possidenti, amanti dell'ordine politico e sociale. L'esigenza, diffusamente avvertita in Roma, di un governo più autorevole spinse Cicerone ad auspicare per lo Stato la guida di personaggi autorevoli. Lo scrittore approfondì tale teoria nel De republica. Anche la conseguente collaborazione con i triumviri fu un tentativo di salvaguardare il prestigio e le prerogative del senato ed il momentaneo riavvicinamento a Cesare, dopo la guerra civile, fu dettato dal desiderio di mitigarne le tendenze assolutistiche.
Il fallimento del programma ebbe motivi molteplici, infatti, Cicerone non aveva il seguito clientelare o militare necessario a far trionfare la propria linea politica ed inoltre sottovalutò l’importanza degli eserciti personali, inoltre, al tempo della guerra civile, i ceti possidenti (boni) ritennero che le loro esigenze fossero meglio tutelate dalla politica di Cesare e, dopo la morte di Cicerone, per gli stessi motivi, accordarono il loro consenso alla dominazione di Augusto, che segnò la fine delle istituzioni repubblicane.
L'attività oratoria di Cicerone s'intrecciò indissolubilmente con le vicende politiche di Roma.
Cicerone nell'80 AC assunse la difesa di Sesto Roscio Armerino in un processo che aveva implicazioni politiche e compose l'orazione Pro Roscio Amerino. Il padre di Sesto Roscio era stato ucciso su mandato di due suoi parenti, in combutta con Lucio Cornelio Crisogono, potente favorito e liberto di Silla. Crisogono aveva fatto inserire il nome dell'ucciso nelle liste di proscrizione allo scopo di poterne acquistare all'asta, a un prezzo irrisorio, le cospicue proprietà terriere. Gli assassini cercarono di sbarazzarsi del figlio dell'ucciso accusandolo di parricidio. Cicerone svelò le responsabilità di Crisogono, ma dovette colmare il suo protettore Silla di lodi di maniera. Lo stile oratorio della Pro Roscio Amerino è ancora legato agli schemi dell'asianesimo. Le frasi scorrono veloci e sonore, con cadenza vivace, fitte di neologismi e di metafore, mentre del tutto ciceroniana è l'abilità nel dipingere personaggi e ambienti, spesso con una felice vena satirica.
Rientrato a Roma dopo la morte di Silla, Cicerone, nel 75 AC, ricoprì la questura in Sicilia e si conquistò fama di governatore onesto e scrupoloso, tanto che, nel 70 AC, i Siciliani gli proposero di sostenere l'accusa nel processo da essi intentato contro l'ex governatore Verre, che aveva sfruttato la provincia con incredibile avidità.
Cicerone raccolse le prove in tempo brevissimo, anticipando i tempi del processo, che altrimenti si sarebbe svolto in condizioni politicamente molto più favorevoli a Verre (uno dei consoli designati per il 69 AC, Quinto Ortensio Ortalo, il celeberrimo avvocato di scuola asiana, era il difensore di Verre nel processo). Al dibattimento, Cicerone non riuscì ad esibire per intero l'imponente massa di prove e di testimonianze che aveva raccolto e poté pronunciare solo la prima delle sue actiones in Verrem, infatti, l'imputato fuggì e fu condannato in contumacia. Cicerone pubblicò successivamente, in forma di orazione accusatoria, l' Actio secunda in Verrem, che è un documento storico di primaria importanza per conoscere i metodi dell'amministrazione romana nelle province (quello di Verre era stato un caso clamoroso, ma lo sfruttamento esaustivo era la regola). La vittoria su Ortensio, il difensore di Verre, fu anche una vittoria letteraria, infatti, l'esasperato manierismo asiano di Ortensio apparve alquanto stucchevole raffrontato al fluente stile ciceroniano. Nelle Verrine Cicerone, ha eliminato alcune ridondanze, senza cedere all'eloquenza esageratamente sobria degli atticisti. Il periodare è armonioso e complesso, ma la sintassi è assai duttile e Cicerone non rifugge, quando è il caso, da un fraseggio conciso e martellante.
Cicerone nel 66 AC, parlò in favore del progetto di legge presentato dal tribuno Manilio, che chiedeva la concessione a Pompeo di poteri straordinari su tutto l'Oriente, infatti, l’ostilità di Mitridate, re del Ponto, comprometteva gli interessi economici di Roma nei territori orientali (Pro lege Manilia o De imperio Cn. Pompei).
Cicerone, appoggiando Pompeo, ricordò l'importanza dei tributi che affluivano dalle province orientali. La De imperio Cn. Pompei, successivamente "ripudiata" dallo stesso Cicerone, segna il suo massimo avvicinamento alla politica dei populares, indirizzata a gratificare le masse cittadine con elargizioni e a prevaricare l'autorità del senato, mentre il ceto aristocratico temeva il concentrarsi di enormi poteri nelle mani di singoli individui. Più che gli interessi del popolo, Cicerone difendeva tuttavia quelli dei pubblicani, i titolari delle compagnie di appalto delle imposte, le cui attività nelle province orientali erano danneggiate dall'operato di Mitridate, infatti, Cicerone aveva bisogno del sostegno dei grandi affaristi equestri per ottenere il consolato e per cementare quella concordia dei ceti abbienti (senatori e cavalieri) grazie alla quale sperava per superare la crisi che minacciava la repubblica. Una parte della nobiltà decise di coalizzarsi con il ceto equestre e di appoggiare l’oratore nella candidatura al consolato, contando sulla natura essenzialmente moderata di Cicerone.
Cicerone, console in carica, difende dall'accusa di corruzione elettorale il console designato per il 62 AC, L. Licinio Murena. È il momento in cui, dopo la prima catilinaria, Catilina è fuggito e sta raccogliendo un esercito. Cicerone spera di trovare in Murena un continuatore della propria politica di resistenza all'eversione grazie all'alleanza dell'ordine senatorio e di quello equestre. L'accusa contro Murena è sostenuta da Catone (Uticense, sostenitore di una spietata repressione dei catilinari). Indipendentemente dall'accusa a Murena il fastidio di Cicerone verso l'eccessivo rigore politico di Catone il Giovane, deriva dalla situazione contingente. Catone, infatti, è particolarmente intransigente nei confronti dei pubblicani (titolari delle compagnie di appalto e riscossione delle tasse nelle province), che in genere appartenevano al ceto equestre. Se la politica di Catone si fosse affermata in senato, avrebbe messo definitivamente in crisi la già problematica concordia ordinum. Il formalismo di Catone il Giovane è dettato dalla preoccupazione di conservare all'aristocrazia il controllo dell'economia in continua espansione. Nella pro Murena, Cicerone contrappone Catone il Giovane al Censore, dimostrando come l'antenato partisse da convinzioni e presupposti assai differenti, e constatando come in Catone il Giovane, l'adesione allo stoicismo più tradizionale ha provocato un irrigidimento del carattere e concettuale che lo rende indiscriminatamente intransigente, incapace di accettare un’interpretazione più moderata ed attuale dello stoicismo.
Console nel 63 AC, Cicerone soffocò la congiura di Catilina. Le più celebri fra le orazioni "consolari" di Cicerone sono le quattro Catilinarie, con le quali egli svelò le trame sovversive di Catilina.
Cicerone lo costrinse a fuggire da Roma e fece giustiziare i suoi complici senza processo (condanna illegale, poiché il senato non era organo giudiziario né poteva negare l'appello al popolo). I toni sono accesi, minacciosi e ricchi di pathos. Cicerone usa un artificio retorico che in precedenza non aveva mai impiegato: l'introduzione di una "prosopopea" (personificazione) della Patria, che è immaginata rivolgersi a Catilina con parole di aspro biasimo.
Nel 62 AC, Cicerone, difendendo il diritto alla cittadinanza romana del poeta Archia di Antiochia (118 AC - 45 AC) esalta l'importanza degli studi letterari e la poesia come simboli dell' Humanitas.
La formazione del primo triumvirato, segnò il rapido declino delle fortune politiche di Cicerone. Un tribuno "popolare", Clodio, che aveva verso Cicerone anche rancori personali, fece esiliare l'oratore per aver messo a morte i catilinari. Cicerone, richiamato a Roma nel 57 AC, trovò la città in preda all'anarchia. Si fronteggiavano le bande di Clodio e di Milone, difensore della causa degli ottimati e amico personale di Cicerone. Nel 56 AC, difendendo Sestio, un tribuno accusato da Clodio di atti di violenza (Pro Sestio), Cicerone espose una nuova versione della propria teoria sulla concordia dei ceti abbienti estendendone il concetto a quello di consensus omnium bonorum, ossia la concordia attiva di tutte le persone agiate e possidenti, amanti dell'ordine politico e sociale. I nemici dell'ordine sono identificati in coloro che l'indigenza o l'indebitamento spingono desiderare rovesciamenti sovversivi.
Nella speranza di condizionarne l'operato e di far sì che il loro potere non prevaricasse quello del senato, Cicerone appoggiò la politica dei triumviri e difese vari personaggi legati a Cesare, pur continuando ad attaccare Clodio e i popolari. Fra le orazioni "anticlodiane" un ruolo particolare occupa quella in difesa di Marco Celio Rufo, amico personale di Cicerone.
Celio era stato l'amante di Clodia (la Lesbia di Catullo), sorella del tribuno. Contro Celio era stata accumulata una congerie di accuse, fra cui quella di un tentativo di avvelenamento nei confronti di Clodia. Fu un processo in cui i rancori personali di tutte le parti in causa s'intrecciarono inestricabilmente con le questioni politiche. Attaccando Clodia, Cicerone sfogò il proprio astio anche nei confronti del fratello. Cicerone descrive la società romana e tenta di giustificare i nuovi costumi, scandalosi solo per i più arcigni moralisti troppo attaccati al passato. Il modello culturale che Cicerone propone mira a ricondurre i nuovi comportamenti all'interno di valori ispirati dalle virtù della tradizione, tuttavia senza un eccessivo rigore.
Gli scontri fra le bande di Clodio e di Milone si protrassero a lungo, nel 52 AC Clodio fu ucciso e Cicerone si assunse la difesa di Milone (Pro Milone).
L'orazione è uno dei capolavori dell'oratore per l'equilibrio delle parti e l'abilità delle argomentazioni, basate sulla tesi della legittima difesa e sull'esaltazione del "tirannicidio", ma, nella forma in cui è conservata, è una radicale rielaborazione compiuta in tempi successivi al processo. Nella situazione oltremodo critica in cui si trovava la città, devastata dai partigiani di Clodio e con le truppe di Pompeo che cercavano di imporre l'ordine, Cicerone perse la causa e Milone dovette fuggire in esilio.
Dopo la vittoria di Cesare, Cicerone perorò le cause di alcuni pompeiani "pentiti". Le orazioni "cesariane": Pro Marcello, Pro Ligario, Pro rege Deiotaro, si collocano fra il 46 AC e il 45 Ac. Nella Pro Marcello, l'oratore tenta di additare a Cesare un programma politico di riforma dello Stato nel rispetto delle forme repubblicane e delle prerogative del senato. Probabilmente, Cicerone si faceva poche illusioni sulla reale situazione e il passaggio di Cesare alla dittatura perpetua le dissipò ben presto.
Dopo l'assassinio di Cesare, Antonio, mirava ad assumerne il ruolo mentre sulla scena politica romana si affacciava Ottaviano, nipote ed erede di Cesare, con un esercito ai propri comandi. Cicerone tentò di allontanare Ottaviano da Antonio per riportare il primo sotto il controllo del senato. Per indurre il senato a dichiarare guerra ad Antonio, dichiarandolo nemico pubblico, Cicerone pronunciò contro di lui, a partire dall'estate del 44 AC, le orazioni Filippiche, (forse diciotto, ne restano quattordici il cui titolo sarebbe stato Antonianae, il titolo Filippiche fu usato da Cicerone nella sua corrispondenza privata, in senso scherzoso, alludendo alle celeberrime requisitorie di Demostene contro Filippo di Macedonia).
Per la veemenza dell'attacco e i toni di indignata denuncia, si distingue soprattutto la seconda Filippica (l'unica che non fu effettivamente pronunciata, ma solo fatta circolare privatamente nella redazione scritta). La manovra politica di Cicerone fallì. Ottaviano strinse un accordo con Antonio e un altro capo cesariano, Lepido (secondo triumvirato). I tre divennero i padroni assoluti di Roma. Cicerone, il cui nome fu inserito nelle liste di proscrizione, fu ucciso presso Formia dai sicari di Antonio, nel dicembre del 43 AC, dopo che aveva interrotto un tentativo di fuga.
Quasi tutte le opere retoriche di Cicerone sono state scritte un paio d'anni dopo il ritorno dall'esilio, dal 55 AC in poi, e, come il De re publica e le successive opere filosofiche, derivarono dall'esigenza di trovare una risposta politica e culturale alla crisi.
Il problema se l'oratore dovesse accontentarsi della conoscenza delle regole retoriche, o se necessitasse di una vasta cultura nel campo del diritto, della filosofia e della storia, era da tempo dibattuto in Grecia. In gioventù Cicerone aveva iniziato, senza portarlo a termine, un trattatello di retorica, il De inventione (inventio indica il reperimento dei materiali da parte dell'oratore), per il quale aveva largamente attinto alla quasi contemporanea Rhetorica ad Herennium (nel Medioevo attribuita a Cicerone). Nel trattatello il giovane avvocato si pronuncia in favore di una sintesi di eloquenza e sapientia (cultura filosofica), quest'ultima è ritenuta necessaria alla formazione della coscienza morale dell'oratore. Molti anni dopo, Cicerone riprese le stesse tematiche nel De oratore.
Il De oratore fu composto nel 55 AC, durante un periodo di ritiro dalla scena politica. In forma di dialogo, è ambientato nel 91 AC, al tempo dell'adolescenza di Cicerone e vi prendono parte alcuni fra i più insigni oratori dell'epoca, fra i quali Marco Antonio (143 AC-87 AC), nonno del triumviro, e Lucio Licinio Crasso (portavoce di Cicerone) che sostiene per l'oratore, la necessità di una vasta formazione culturale. Antonio gli contrappone l'ideale di un oratore la cui abilità si fonda sulle doti naturali, sulla pratica del foro e sull'esempio degli oratori precedenti. Antonio espone i problemi concernenti la inventio, la dispositio e la memoria.
Ad un personaggio spiritoso e caustico, Cesare Strabone, è assegnata una lunga e piacevole digressione sulle arguzie e i motti di spirito. Crasso discute le questioni relative all' elocutio e alla pronuntiatio, inerenti all' actio (quasi "recitazione") e ribadisce la necessità di una vasta formazione filosofica e culturale. La scelta dell’anno 91 ha un significato preciso: è l'anno della morte di Crasso (pochi giorni dopo il dialogo) e precede di poco la guerra sociale e quella civile fra Mario e Silla, nel corso della quale morirono l’oratore Marco Antonio, assassinato nell'87 AC durante il terrore imposto a Roma da Mario e Cinna e l'insigne giurista Q. Mucio Scevola l'Augure, ucciso nell'82 Ac dai mariani.
La crisi dello Stato è un'ossessione incombente su tutti i partecipanti al dialogo e stride volutamente con l'ambiente sereno e raffinato in cui si trovano, la villa tuscolana di Crasso. La consapevolezza della terribile fine dei partecipanti al dialogo conferisce una nota tragica all'opera. Cercando di conservare la verosimiglianza della caratterizzazione dei personaggi, Cicerone ricrea l'atmosfera degli ultimi giorni di pace dell'antica repubblica. La ripresa del modello del dialogo platonico per un'opera di retorica è di notevole impegno rispetto agli aridi manuali greci del tempo e a quelli prodotti dai "retori latini", che si limitavano ad enunciare regole.
L'opera è basata su una perfetta conoscenza della letteratura specialistica greca, mediata dall'esperienza romana e dalla pratica forense. Il talento, la tecnica della parola e del gesto e la conoscenza delle regole retoriche non bastano per la formazione dell'oratore, è indispensabile anche una vasta formazione culturale. E' la tesi di Crasso, il quale lega strettamente la formazione culturale, soprattutto filosofica, dell'oratore alla sua affidabilità etico-politica. La versatilità dell'oratore, la sua capacità di sostenere il pro e il contro su qualsiasi argomento, possono costituire un pericolo grave, qualora non siano controbilanciate da qualità che le mantengano ancorate al sistema di valori tradizionali. La formazione dell'oratore coincide con quella dell'uomo politico della classe dirigente: un uomo dotato di una vasta cultura generale, capace di padroneggiare l'arte della parola e di convincere i propri ascoltatori.
Nel 46 AC Cicerone riprese le tematiche del De oratore in un trattato più esile, l' Orator, aggiungendovi una sezione sulla prosa ritmica. Definendo il ritratto dell'oratore ideale, Cicerone sottolinea i tre fini ai quali la sua arte deve indirizzarsi: probare (presentare la tesi con argomenti validi), delectare (curare l'aspetto estetico dell'esposizione), flectere (emozionare). Ai tre fini corrispondono i tre registri stilistici che l'oratore deve sapere alternare: umile, medio, ed elevato o "patetico". La rivendicazione della capacità di commuovere nasceva dalla polemica con gli "atticisti", che rimproveravano a Cicerone un eccessivo asianesimo. Le accuse si riferivano alle ridondanze del suo stile oratorio, al frequente uso di "figure", all'accentuazione dell'elemento ritmico, all'abuso di facezie. Gli avversari di Cicerone privilegiavano invece uno stile semplice, asciutto e scarno, di cui individuavano i modelli negli oratori attici e principalmente in Lisia.
Sul contrasto tra atticisti ed asiani, Cicerone prese posizione (46 AC) nel dialogo Brutus, dedicato, come l' Orator, a Marco Bruto, uno dei principali rappresentanti delle tendenze atticistiche. Nel Brutus Cicerone, assumendosi il ruolo di principale interlocutore (gli altri due sono Bruto e Attico), traccia la storia dell'eloquenza greca e romana e propugna una rottura degli schemi tradizionali che contrapponevano i modelli stilistici cui asiani ed atticisti erano tenacemente attaccati. Le diverse situazioni richiedono l'alternanza di registri diversi e il successo dell'oratore è il criterio in base al quale valutare la sua scelta stilistica. Gli atticisti sono criticati per il carattere troppo freddo e intellettualistico della loro eloquenza, che di rado riesce a essere efficace. La grande oratoria "senza schemi" ha il suo modello in Demostene, un "attico", ma di tendenze ben diverse da quelle di Lisia.
Nel 44 AC, Cicerone compose i Topica, trattazione sui topoi, i luoghi comuni ai quali può far ricorso l'oratore.
Il modello del dialogo platonico è adottato anche nel De re publica, scritto fra il 54 Ac e il 51 AC. Cicerone non delinea uno Stato ideale, come Platone aveva fatto nella Repubblica, bensì identifica la migliore forma di Stato nella costituzione romana del tempo degli Scipioni. Il dialogo si svolge nel 129 AC, nella villa suburbana di Scipione Emiliano, che, con l'amico Lelio, è uno dei principali interlocutori. Il dialogo è giunto in forma frammentaria.
Nel primo libro Scipione esamina la dottrina aristotelica delle forme fondamentali di governo (monarchia, aristocrazia, democrazia) e della loro necessaria degenerazione. Secondo Scipione, lo Stato romano non è soggetto a tale inevitabile decadenza poiché contempera le tre forme fondamentali: l'elemento monarchico (consolato), quello aristocratico (senato) ed il democratico (comizi).
Il secondo libro era dedicato alla costituzione romana. Il terzo trattava della giustizia, confutando la critica di Carneade all'imperialismo romano (i Romani, ricorrendo al concetto di "guerra giusta", col pretesto di aiutare i propri "alleati" (sudditi) in difficoltà, avevano progressivamente esteso il loro dominio).
Il IV e il V libro trattavano dell'educazione dei cittadini. Cicerone introduceva la figura del rector et gubernator rei publicae (una delle parti più lacunose dell'opera).
Il VI libro terminava con la rievocazione, da parte di Scipione Emiliano, del sogno in cui gli era apparso l'avo, Scipione Africano, per mostrargli la piccolezza delle cose umane. Questa parte, spesso pubblicata autonomamente con il titolo di Somnium Scipionis, ha come tema la ricompensa ultraterrena per i benemeriti della Patria. Cicerone si ispira alla filosofia pitagorica, secondo la quale nella Via Lattea vi sarebbe un luogo destinato ai sapienti. Anche Platone aveva auspicato analoga sorte per i filosofi, ma per Platone il governo avrebbe dovuto essere appannaggio dei filosofi, mentre per Cicerone l'uomo di governo non deve essere un filosofo, bensì un magistrato o un oratore, un uomo che sappia applicare nella pratica i dettami della rettitudine. L'immagine del corpo come carcere dello spirito ribalta la convinzione che la vera vita sia quella terrena, vista come gravoso impegno. Cicerone sembra pensare a personaggi eminenti posti alla guida del senato, ma non prefigura esiti augustei.
L'autorità del princeps (rector et gubernator) non è alternativa a quella del senato, bensì ne è il sostegno necessario per salvare la repubblica e la sua autorità non deve oltrepassare i limiti costituzionali. Probabilmente la convinzione della necessità di un governo di maggiore autorevolezza e la consapevolezza dei pericoli che comportava l'accentramento di enormi poteri nelle mani di pochi capi, spinsero Cicerone a tentare un avvicinamento a Pompeo e ai triumviri, nella speranza di mantenerne l'operato sotto il controllo del senato.
Ispirandosi ancora a Platone, che alla Repubblica aveva fatto seguire le Leggi, Cicerone completò il dialogo sullo Stato col De legibus, iniziato nel 52 AC e forse pubblicato postumo. Restano i primi tre libri e frammenti del IV e del V, gli interlocutori sono Cicerone, il fratello Quinto e l'amico Attico. L'ambientazione è nella villa di Cicerone ad Arpino. Quinto è raffigurato come un ottimate intransigente, Cicerone come un conservatore moderato, Attico come un epicureo che quasi si rammarica della propria scelta filosofica. Cicerone espone la tesi stoica secondo la quale la legge non è sorta per convenzione, ma si basa sulla ragione innata in tutti gli uomini ed è perciò di origine divina. Nel libro successivo l'esposizione delle leggi che dovrebbero essere in vigore nel migliore degli Stati si basa non su una legislazione utopistica, come in Platone, ma sulla tradizione legislativa romana. Nel libro III Cicerone presenta il testo delle leggi riguardanti i magistrati e le loro competenze.
Cicerone ebbe sempre interessi filosofici, ma solo nel 46 AC incominciò a scrivere di filosofia con i paradoxa stoicorum. Nel 45 AC, privato di qualsiasi possibilità di intervento negli affari pubblici dalla dittatura di Cesare e profondamente addolorato per la morte della figlia Tullia (scrisse una Consolatio perduta), Cicerone si dedicò completamente alla composizione di opere filosofiche. Si tratta soprattutto di compilazioni da fonti greche, ma Cicerone è originale nella scelta dei temi, nel taglio degli argomenti, perché nuovi e originali sono i problemi che la società pone e nuovi gli interrogativi che egli rivolge ad essa, cercando di trarre dal pensiero ellenistico una struttura ideologica efficacemente operativa nei confronti della società romana. Cicerone si pone questioni che riguardano i presupposti della crisi sociale, politica e morale della società romana e tenta di escogitare soluzioni di lungo periodo.
Nelle Tusculanae Cicerone definisce il metodo che egli segue nel trattare dei problemi di maggiore importanza: astenendosi dal formulare un'opinione precisa, espone le differenti opinioni possibili e le mette a confronto per vedere se alcune siano più coerenti e probabili di altre.
L'eclettismo filosofico di Cicerone obbedisce alle esigenze di un metodo rigoroso, che si sforza di stabilire fra le diverse dottrine un dialogo dal quale sia bandito ogni spirito polemico in armonia con un atteggiamento intellettuale di aperta tolleranza. Ciò è evidente nei dialoghi filosofici ciceroniani, modellati sul comportamento della buona società romana, privo di asprezze nel contraddittorio, connotato dalla tendenza a presentare le proprie tesi solo come opinioni personali, da uso insistito di formule di cortesia, e dall'attenzione a non interrompere l'altrui ragionamento. L'eclettismo ciceroniano mostra, però, una chiusura radicale verso l'epicureismo, infatti, la filosofia epicurea conduce al disinteresse per la politica, mentre dovere dei boni è l'attiva partecipazione alla vita pubblica inoltre l'epicureismo esclude la funzione provvidenziale della divinità (senza negarne l'esistenza) e indebolendo i legami con la religione tradizionale, connaturata al sistema di governo romano.
Nel De natura deorum è confutata la tesi epicurea dell'indifferenza degli dei rispetto alle cose umane. Direttamente legato alla situazione romana, è il De divinatione, un dialogo fra Cicerone e il fratello Quinto, nel quale l'autore si mostra esitante fra la denuncia della falsità della religione tradizionale e la necessità del suo mantenimento al fine di conservare il dominio sui ceti sociali inferiori, facilmente strumentalizzabili per la loro credulità (la dichiarazione di auspici sfavorevoli poteva servire a interrompere o a rimandare assemblee di carattere politico etc.).
Nei confronti dello stoicismo tradizionale la posizione ciceroniana fu sempre di sostanziale perplessità. Cicerone riconosceva che lo stoicismo forniva la base morale più solida all'impegno dei cittadini verso la collettività, ma l'eccessivo rigore etico gli appariva anacronistico e scarsamente praticabile in una società che, dopo l'epoca delle grandi conquiste, era andata incontro a radicali trasformazioni, inoltre anche se nel De senectute e nel Somnium Scipionis pare accogliere la tesi della sopravvivenza dello spirito dopo la morte, sostenuta dallo stoicismo, in privato (epistolario) Cicerone appare quantomeno agnostico.
Dal puto di vista etico, Cicerone si pronuncia a favore di un modello di educazione che, pur salvando i valori tradizionali, li coniughi con le istanze della società contemporanea e non si arrocchi sull'arcigno rigore del moralismo arcaico. Nemmeno le teorie provvidenzialistiche dello stoicismo sembrano penetrare il suo pragmatismo tipicamente romano .Nelle lettere (ad Attico, ai familiari) Cicerone non sostiene che la sconfitta dei repubblicani nella guerra civile rientra in un disegno provvidenziale, bensì, esprime la convinzione che l'insuccesso è da attribuirsi alla disparità delle forze militari ed al fatto che Pompeo ha sistematicamente agito contro il parere di Cicerone.
L'operetta sui Paradossi degli Stoici, dedicata a Marco Bruto è un'esposizione delle tesi stoiche maggiormente in contrasto con l'opinione comune. Cicerone esamina sei tesi apparentemente paradossali per dimostrarne la fondatezza.
Cicerone stese due redazioni dell'opera, la prima (Academica priora) era divisa in due libri, Catulus (perduto) e Lucullus, nel secondo, Cicerone confuta il dogmatismo stoico ed afferma che l'uomo non può attingere la verità assoluta, aderendo alla convinzione dei filosofi della Nuova Accademia (II secolo AC - I secolo AC). L'Accademia era stata fondata da Platone (427 AC - 347 AC). Della seconda redazione, in quattro libri è pervenuta solo parte del primo libro (Varro) in cui Cicerone sostiene contro Varrone il probabilismo della Nuova Accademia (ci sono opinioni più o meno probabili, la probabilità è un equivalente pratico della certezza)
Il De finibus bonorum et malorum (i limiti del bene e del male), dedicato a Bruto, tratta il problema del sommo bene e del sommo male. L'opera è articolata in tre dialoghi e cinque libri. Il problema è considerato da tre differenti punti di vista, quello dell'epicureismo, dello stoicismo (Catone Uticense) e dell'Accademia. Cicerone conclude affermando che il sommo bene consiste nel vivere secondo natura, virtuosamente e perseguendo il benessere fisico e la perfezione morale (accademici).
Le Tusculanae disputationes, segnano il punto di massimo avvicinamento di Cicerone alle tesi dello stoicismo più rigoroso. L'opera è in forma di dialogo tra Cicerone e un anonimo interlocutore. Sono trattati i temi della morte, del dolore, della tristezza, dei turbamenti dell'animo e della virtù come garanzia della felicità.
Di argomenti religiosi e teologici trattano tre dialoghi, il De natura deorum, il De divinatione e il De fato, giunto incompleto.
Nell’opera è dibattuto il problema dell’esistenza degli dei, mettendo a confronto le opinioni di epicurei, stoici ed accademici. Cicerone aderisce cautamente alle tesi provvidenzialistiche degli stoici, come meglio rispondenti alla natura umana.
Il dialogo ha come interlocutori Cicerone ed il fratello Quinto, che sostiene la validità delle arti divinatorie, come interpretazione del volere degli dei. Alle affermazioni del fratello cicerone contrappone il suo scetticismo, definendole superstizioni.
L'opera affronta il problema del destino in relazione al libero arbitrio. Alla tesi della predestinazione (stoici) Cicerone contrappone la propria fede nella libertà del volere umano. Le due ultime opere sono presentate esplicitamente dall'autore come integrative della prima.
Il Cato maior de senectute e il Laelius de amicitia sono due brevi dialoghi composti nel 44 AC e dedicati ad Attico. In ambedue l'autore mette in scena figure famose della tradizione romana.
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